di Tommaso Masini

05_Angeli musicanti 3__ Conferenza tenuta il 23 Aprile 2015 alla Scuola Steineriana Cometa di Milano.
Roberto Lupi, musicista antroposofo che insegnò composizione e armonia al conservatorio Luigi Cherubini di Firenze, è stato forse il primo musicista italiano a portare i fondamenti dell’antroposofia in ambito musicale. Egli dà della musica la seguente definizione: “Essa è un lembo di cielo strappato al cosmo e racchiuso nell’uomo affinché esso possa scorgere in sé i più grandi misteri della vita e dell’universo”. L’esperienza della musica riprendendo le sue parole è una manifestazione
esteriore di qualcosa di interiore, di cosmico. Mi piacerebbe che la sua definizione della musica aleggiasse fra noi facendoci da sottofondo per tutta la conferenza.

Nelle prime conferenze del libro Arte dell’educazione, Antropologia, testo fondamentale per tutti i maestri delle scuole Waldorf, Rudolf Steiner approfondisce il concetto di volontà e di come questa viva nell’uomo. In questo libro Steiner suggerisce una specie di scala, una sfumatura di gradini di questa esperienza animica. L’aspetto delle implicazioni psicologiche riguardo alla volontà è forse il meno indagato, ma nella musica e nello studio dello strumento, come vedremo, la volontà è fondamentale.

La musica e i gradi della volontà
La scintilla, il principio generatore di tutti i nostri impulsi, dei nostri movimenti, è l’istinto. L’istinto è l’epifania della volontà che ci accomuna all’animale e ci fa agire per soddisfare le nostre esigenze primarie. Rudolf Steiner ci fa notare come attraverso l’osservazione delle forme animali possiamo “vedere” l’istinto. Questo si manifesta esteriormente, morfologicamente. Se noi osserviamo gli animali, essi sono la manifestazione fisica dell’istinto che si impone all’essere nelle sue forme esteriori. Scorgiamo immediatamente la specializzazione e l’istinto di un animale. Infatti, sappiamo che la forma di un leone o di una giraffa è stata adattata ed è adatta a uno specifico ruolo, mentre della forma di uomo non possiamo dire la stessa cosa. L’animale se nasce leone rimarrà sempre leone, andrà sempre a caccia di gazzelle, non diventerà un ruminante, mentre l’uomo ha molte possibilità… Nell’istinto troviamo una grandissima comunanza tra l’uomo e l’animale. Un neonato vive ciò in modo molto forte; in esso non è ancora sviluppata una coscienza desta che gli permette di dire “oggi non mangio”, “ora ho fame e piango”. L’uomo adulto sì, ha questa coscienza. Anche noi uomini abbiamo l’istinto ma ogni uomo ha la sua strada, la sua possibilità.

L’istinto è un elemento di non coscienza che è anche in tutti noi, quando siamo neonati ci accomuna, poi però ognuno di noi nella nostra vita può prendere delle strade diverse perché ogni neonato, ogni essere ha un’inclinazione verso qualche cosa, che ancora per il neonato non è visibile, ma che poi si svilupperà. In questa fase, dice Steiner, si mettono in gioco le forze della crescita, le forze del corpo vitale, del corpo eterico, che compenetrano l’istinto permettendo di salire un altro gradino, che è quello dell’inclinazione, chiamato anche impulso. Bisogna però distinguere tra l’impulso, che è più dell’animale, e l’inclinazione che invece è già qualcosa di più umano. Si tratta comunque di forze ancora molto vicine a quelle degli animali. Per capire possiamo pensare ai bambini prodigio che spesso nella musica e nella matematica manifestano capacità straordinarie. È una facoltà innata che è già in loro, legata all’istinto. Lo stesso per un bambino che a tre anni prende in mano un violino per la prima volta e si mette a suonarlo. Nessuno gli ha insegnato a suonare eppure lo sa suonare. Sono casi rari, però esistono.
05_Angeli musicanti 4Quando il corpo delle emozioni, del sentire, l’astrale prende e compenetra questo istinto e questa inclinazione sorgono la brama o il desiderio. Quando il corpo astrale afferra, compenetra l’inclinazione, avviene una maggior interiorizzazione e coscienza. La brama più animalesca e il desiderio più umano appaiono e scompaiono, ma possono rivelarsi con caratteri estremamente animali quando ci troviamo in assenza di coscienza: possono portare l’uomo alla perdizione o essere sublimate come il desiderio del bene e del bello. Qualcosa a questo punto inizia a prendere una direzione diversa. Anche in questo caso si deve fare una distinzione: il desiderio possiamo pensarlo più legato all’uomo perché può essere sublimato, mentre la brama in genere è sempre qualcosa di oscuro, che ci rapisce con molta forza. In questo momento abbiamo degli impulsi che si accendono e che si spengono. Le brame si accendono e si spengono. Un leone che ha appena divorato una gazzella per un po’ è quieto, finché non gli risorge ancora dentro l’istinto, la voglia di mangiare.

Anche nell’uomo esiste la brama che può essere più pericolosa perché nella brama l’uomo è preso da forze dell’istinto e, se la coscienza dell’azione si perde, può arrivare a fare cose molto brutte. Questi impulsi però possono essere trasformati in desiderio di suonare, di cantare, di dipingere, di fare arte. Perché l’arte è qualcosa che abbiamo dentro e che ci solleva immediatamente dalla condizione animale in quanto non deve essere fatta per soddisfare un’esigenza del nostro corpo, non ha nessun senso fisico da acquietare. Il desiderio è un impulso che può essere sostenuto dalla coscienza mentre per l’istinto e l’inclinazione non c’è ancora una coscienza desta.
Ci troviamo di fronte a un gradino ancora un po’ più alto quando le forze dell’io compenetrano questi primi tre gradini. Se l’io, insieme alle sue tre anime, senziente, razionale, cosciente, accoglie l’istinto, l’inclinazione-impulso e il desiderio-brama, nasce il motivo e il motivo è solo dell’uomo perché solo nell’uomo la brama viene elevata a desiderio e poi a motivo. Quando parliamo degli impulsi volitivi che si manifestano nell’anima vera e propria, nell’io, parliamo di motivo. Gli animali possono avere brame ma non motivi. Solo nell’uomo la brama viene elevata e diviene vero motivo di volizione. Il motivo è il perché si compie un’azione. Nell’istinto e nell’inclinazione non c’è la necessità di una risposta alla domanda “perché?”. Un animale fa una determinata azione e basta, mentre solo l’uomo può chiedersi il perché di quell’azione. Questo accade perché l’uomo ha un io, ha una coscienza che lo porta a farsi questa domanda. Steiner dice che il motivo è anche una rappresentazione, un’immagine dell’essenza di ogni singolo uomo. Se io riconosco il motivo dell’uomo che mi sta di fronte io so chi è veramente. Perché il motivo non è soltanto il perché di un’azione ma è anche il motivo di destino, il motivo karmico che ogni uomo ha e che lo conduce nella vita. Nella musica un motivo è proprio un tema, una melodia che contraddistingue il compositore o quel particolare brano. Nella storia della musica è sempre stata una prassi molto usata quella di accostare un motivo a un personaggio tanto che nella seconda metà dell’800, con Wagner, le è stato proprio dato il nome di “leit motive”, il tema conduttore di un personaggio. Wagner, come dice Steiner, ha usato il motivo della persona, accostando un tema musicale preciso a un personaggio. Impiegare un tema o un’atmosfera per caratterizzare qualcuno o qualche cosa è molto usato anche oggi, soprattutto nella pubblicità e nei film. 05_Angeli musicanti 6Nel bambino che inizia a suonare si può proprio assistere al sorgere di questo motivo.
Si sale ancora di un altro gradino quando le forze più fini e spirituali dell’uomo arrivano a compenetrare il motivo, nasce l’anelito. Quando a condurre un’azione c’è l’anelito non siamo di fronte soltanto al motivo ma a un passo successivo, a un ideale, a un anelito. L’anelito nasce nel sommesso risuonare interiore del motivo. Questo si presenta quando da una azione nata da un motivo volitivo, noi ci ripensiamo, ci risuona il desiderio o il rimpianto di poterla fare meglio. Nell’uomo dovrebbe essere sempre presente l’anelito a fare meglio, tutte le nostre azioni possono essere fatte meglio. L’anelito in genere è presente in ogni musicista che tende alla perfezione ma sa anche di non poterla raggiungere.

Salendo ulteriormente e andando ancora più verso il sottile, lo spirituale, abbiamo il proposito, un gradino molto vicino a quello dell’anelito perché anche l’anelito spinge a fare meglio. Il proposito, spinge a rifare l’azione rimboccandoci le maniche per farla meglio la prossima volta. E il musicista spesso vive in questa atmosfera. Rudolf Steiner ci suggerisce l’idea che non deve essere il pentimento a guidarci, che è una specie di consolazione egoistica fine a se stessa, ma il proposito di fare meglio.
Se l’anelito si concentra ancor di più diventa proposito, legato a forze ancora più sottili del sé spirituale. Con il proposito ci si forma una specie di rappresentazione di come poter ripetere l’azione per farla migliore.
Il musicista si trova spesso in questa situazione… L’anelito, il proposito e la risoluzione vivono in noi nel profondo, conservandosi in forma di immagini per il periodo tra morte e nuova nascita.
Alla fine abbiamo l’ultimo gradino: la risoluzione. Essa è come una corona, un’aureola di qualche angelo, qualcosa di luminoso che, come a mettere la parola fine a tutto questo processo partito dall’istinto e passato dal motivo, dall’anelito e dal proposito, arriva alla risoluzione.
Perché ho parlato di questi gradini? Perché quando si suona uno strumento si vivono e si superano questi gradini. Steiner dice che non bisognerebbe educare i bambini con ammonimenti e regole morali ma facendoli amare determinate azioni. Parla proprio dell’azione, della cosa più importante che è la volontà. E dice, che quando noi genitori a casa e noi maestri a scuola facciamo ripetere al bambino in maniera inconscia alcune azioni, per esempio, dire una preghiera alla sera, o li facciamo sperimentare un’attività della volontà inconscia facendola ripetere nel ritmo della giornata, sviluppiamo nel bambino il giusto sentimento. Quando, invece, facciamo ripetere al bambino le azioni in maniera cosciente sviluppiamo con intensità la volontà. Per esempio quando diciamo “Tu hai il compito di annaffiare questa pianta tutte le mattine”, oppure quando assegniamo nella nostre classi i vari compiti che vanno dall’apparecchiare allo spazzare, dal sistemare il tavolo della natura al mettere a posto le sedie. Ma questa azione dovrà essere sempre sorretta da un certo amore per l’azione stessa. Cioè, non si può costringere il bambino a fare una cosa o un’altra, sarebbe vissuta come una punizione. La deve fare per dedizione, per amore, specialmente fino ai primi due, tre anni di scuola. Poi il bambino cresce e magari le cose si può anche fargliele fare in maniera un po’ più obbligata.
05_Angeli musicanti 8Nella nostra epoca, purtroppo, anche noi adulti siamo abituati a passare da una cosa all’altra senza completare o approfondire né l’una né l’altra, a non portare un’azione veramente fino alla fine. O, anche, non trovare una cosa interessante soltanto perché non ci viene bene. Infatti, ci capita spesso di sentire frasi del tipo: “Ah, io non sono dotato, non ho l’inclinazione”, oppure “non faccio quella cosa perché non mi piace”, arrivando così a scambiare l’ambito del sentire con l’ambito del volere in quanto questo ‘non piacere’ rientra nella sfera del sentire mentre il ‘non fare’ in quella del volere. In effetti, oggi si usa molto confondere le due cose.

Come il bambino si avvicina allo strumento
Quando il bambino prende in mano per la prima volta uno strumento, per esempio un violino, vediamo l’innescarsi di un bellissimo gioco tra l’istinto e il voler vincere l’istinto. Ci sono bambini che mostrano un chiaro legame, una facilità verso uno specifico strumento già dal primo momento. E ciò è dovuto all’istinto. Qualcuno, per esempio, prende in mano l’arco in maniera perfetta e solo in un secondo momento si trova a doversi confrontare con le prime difficoltà. Suonare uno strumento è puro e profondo artigianato, forse uno degli ultimi lavori artigianali esistenti che poi si trasforma in arte.
In seguito arriva l’inclinazione. Alle volte possiamo notare come un bambino tiene la tromba, e come la suona. Sembra già il suo strumento! In lui si vedono risvegliarsi certe forze, profonde, antiche.
E poi arriva il desiderio… Il desiderio di suonare quello strumento, di far vibrare proprio quel suono, di appartenere a quella forma, a quel linguaggio.
In seguito arriva il motivo… L’entrare in gioco di questo aspetto lo possiamo notare quando il bambino inizia a fare le prime note, quando porta in orchestra per la prima volta lo strumento. È molto bello, infatti, vederlo arrivare in aula di musica con il suo strumento: da come lo tiene tra le sue mani si avverte che sta portando un dono a tutti. E poi apre la custodia… Come se aprisse uno scrigno contenente un tesoro. I compagni lo guardano mentre lo prepara… sono curiosi di scoprire se è a fiato o a corde. Va a sedersi al suo posto… e magari non è quello dell’ultima volta perché prima suonava il salterio o la cetra mentre adesso ha il suo strumento e ora nell’orchestra deve prendere un nuovo posto. Quando poi il bambino si mette seduto… lo vediamo illuminarsi. Ha portato qualcosa di veramente suo, che gli appartiene profondamente. Questa azione della volontà è un grandissimo motivo. Quando arriva in orchestra uno strumento nuovo spesso capita che tutti lo applaudano, che vogliano sentirlo suonare. Lo accolgono con grandissima gioia. Ora questo bambino, che magari  ha studiato una piccola parte di un pezzo, deve suonare insieme a tutti gli altri, deve riuscire a mettere quelle poche note insieme a quelle di tutti gli altri. Si ritrova, così, in questo grandissimo fiume. Uno fra i tanti ruscelletti che arrivano al grande fiume dell’orchestra. Ognuno di loro deve rientrare in questo suono che è l’orchestra. E quindi devono capire che, magari, la corrente è diversa da quella di casa. A casa la musica che avevano studiato sembrava fosse suonata bene ma questo perché a casa non sono presenti gli elementi del ritmo e dell’insieme. Quando arrivano in orchestra certe volte rimangono sconcertati e mi dicono: “Maestro, io ho studiato la mia parte ma non sono riuscito a suonarla”. Certo, questo però accade perché all’inizio il fiume dell’orchestra travolge chi vi si immerge. Piano piano, però, si comincia a nuotare e sorge nel bambino “la bellezza” di riuscire a fare due, tre, quattro note, una frase, un tema intero, un motivo intero. Si fa strada la sensazione di far parte di questo tutto. E poi viene la ripetizione, ogni giorno a casa a studiare e ogni settimana in orchestra, oppure in classe. Una continua, grandissima ripetizione… La musica è ripetizione.
Una ripetizione che qualche volta è inconscia, qualche volta invece è conscia, un continuo fluttuare di ripetizioni che non sono mai fini a se stesse. Ogni volta il maestro, ma anche i bambini, suonano in maniera differente o aggiungono qualche cosa, magari una legatura. Proviamo a fare uno staccato, a farlo più lungo, più lento. Proviamo a sentire il suono. Una cosa molto utile, per esempio, è dire a un bambino che ha scelto di suonare la tromba di ascoltare i violoncelli, di entrare nel suono dei violoncelli, perché il fiume dell’orchestra racchiude tutte le sonorità. Se un bambino impara a suonare la tromba come suonano i violoncelli avrà imparato ad ascoltare, a stare con gli altri e a produrre un suono bellissimo. Si aggiusta così anche l’intonazione perché il bambino ascolta sia lo strumento che si trova lontano da lui, sia quello che gli è vicino, sia quello che sta suonando.
05_Angeli musicantiE a questo punto si arriva all’anelito, al proposito cioè di fare meglio la prossima volta. Tutti insieme giorno per giorno fatichiamo e gioiamo allo stesso tempo. Un insieme di sforzi impegnati a vincere la materia dello strumento si unisce alla gioia di suonare insieme.
Ed ecco che, dopo aver profuso tutto questo impegno, infine arriviamo al concerto, un concerto che dura magari soli 20 minuti e in cui si suonano alcuni brani musicali che abbiamo studiato tutto l’anno. I bambini sono concentrati come non lo sono mai stati e finalmente hanno veramente voglia di donare questa musica. Finalmente c’è qualcuno che li può ascoltare. E proprio nel momento del concerto,
nel momento in cui si suona tutti insieme, arriva la risoluzione. Finalmente tocchiamo per un attimo questo punto. Sono attimi un po’ speciali che i bambini colgono, ma che anche i maestri e i genitori colgono. Finito il concerto tutti i bambini sono contenti ma quando qualche giorno dopo si ritorna in classe sono sempre loro che subito intervengono: “Maestro, ma io non sono entrato giusto, l’altro ha stonato, un altro ancora ha suonato forte e invece era da fare piano”. E io rispondo: “Certo, è vero quello che dite, ma siete stati tutti bravissimi, sono veramente contento di come avete suonato. Queste cose ci sono, sono accadute, ma la prossima volta, quando faremo un altro concerto, le miglioreremo. Andremo avanti. Sicuramente non suoneremo le stesse musiche, ma ci prepareremo un altro anno per fare un altro concerto e ricominceremo da capo riprendendo tutti questi elementi in maniera sempre più raffinata”. Quando si suona, quindi, interviene anche l’elemento della coscienza: sento me stesso, sento come suono, sento esattamente cosa sto facendo, anche se sto suonando insieme con gli altri. Anche quando a casa mi esercito e studio sento il suono che sto producendo, sento quello che sto portando, come sono.
Il musicista professionista che è arrivato a maneggiare talmente bene il suo strumento da aver vinto, trasformato la materia, le difficoltà tecniche, che ha sviluppato al massimo grado la sua artigianalità, può mettere se stesso a disposizione della musica e dell’arte. Questo è il momento in cui l’istinto tocca la risoluzione, perché è arrivato a essere sublimato, è diventato un qualcosa di cui ci si è appropriati. La risoluzione tocca l’istinto e il musicista può donare in libertà la propria musica. Se si è legati al proprio strumento non si può donare in libertà, si è sempre legati. Invece, studiando nota per nota sul proprio strumento tutti i giorni per otto ore al giorno, per dieci, vent’anni, si arriva a fare un concerto in cui non si deve più pensare alle dita, al movimento, all’istinto. L’istinto viene messo realmente al servizio della musica, diventa risoluzione. Così che veramente da forme e forze fisiche la materia viene trasformata.
Le forze musicali vincono le forze dell’animalità e attraverso il motivo ci portano verso l’anelito e la risoluzione. Trasformano le forze animali in umane, cioè coscienti. Quelle dell’uomo volitivo, quindi
di tutto l’uomo.
05_scuola steineriana oriagoIn questo senso si può affermare che lo strumento può diventare per il bambino un sostegno nella vita. Questo avviene quando il bambino ha superato vari passaggi: ha vinto la materialità dello strumento, ha superato certi ostacoli per poi superarne continuamente altri fino ad arrivare a un livello abbastanza buono per suonare senza essere troppo legati alla tecnica. È lì che, se ha superato il quattordicesimo anno e se continua a suonare e a studiare lo strumento, anche se non diventerà un musicista il ragazzo continuerà a ricevere dallo strumento un aiuto nei momenti di difficoltà e di debolezza.

Cos’è la musica, cos’è il suono…
Severino Boezio, filosofo romano che ha vissuto tra il V e il VI secolo dopo Cristo considerato all’epoca quasi un santo, scrisse un trattato di musica, De institutione musica, in cui divideva la musica in tre grandi principi, tre grandi categorie. La musica mundana, detta anche la musica delle sfere, che indaga i rapporti armonici dei mondi celesti, dei mondi spirituali, dello spirito, del suono creatore. Per i filosofi greci e i trattatisti medioevali questa era la vera musica e faceva parte del quadrivium delle scienze insieme alla geometria, all’aritmetica e all’astronomia. La musica humana, che indaga il rapporto tra l’anima dell’uomo e l’anima del mondo. E la musica instrumentalis, la musica dello strumento e dell’uomo, dell’espressione acustica e artistica del suono.
È interessante notare che Boezio è stato il primo trattatista a considerare le scale musicali dalla nota più bassa verso quella più alta. Nella musica greca la teoria musicale era sempre trattata con le scale che partivano dall’alto e scendevano verso il basso e solo con Boezio, nel V secolo, avviene questo ribaltamento che si produce anche nella coscienza. Non è più la musica a scendere dai cieli verso l’uomo ma adesso è l’uomo che deve sviluppare la musica in sé per vibrare insieme con l’universo. Ora, anche spazialmente le note vengono scritte dal basso verso l’alto.
La musica che ha accompagnato l’uomo nella sua discesa sulla terra è la musica del logos. Non soltanto nella tradizione cristiana ma in tantissime altre culture la creazione è legata al suono visto come spirito creatore. Nella musica greca, il suono era chiamato anche “l’anima del mondo”. Da questo logos creatore si è passati all’anima del mondo, a qualcosa più vicina a noi uomini. Più tardi, invece, nel Medioevo la musica è stata definita “vento divino”; più percepibile come forza si è avvicinata ai sensi. Oggi la musica viene definita come “vibrazione acustica”.
05_BoezioLa definizione di musica presente nei libri di acustica dice: “Nel vocabolario internazionale di elettroacustica, la compilazione del quale ha richiesto la collaborazione di autorevoli specialisti dei vari rami dell’acustica, della fisica, della psicologia e della musica di ogni parte del mondo è riportata la seguente definizione di suono: ‘Sensazione uditiva determinata da vibrazioni acustiche’”. La collaborazione di studiosi e specialisti di tutto il mondo, quindi, ha prodotto una definizione concettualmente affascinante ma che suona però molto materiale. Il suono, è ormai chiaro, è stato misurato e pesato. Il suono oggi è considerato come materia… Il nostro compito, dunque, è trasformare la materia e per poterlo fare dobbiamo sapere che cos’è un suono, è giusto nella nostra epoca partire dalla materia.
Quando noi facciamo o ascoltiamo un suono ci rendiamo conto che arriva da una qualche parte. Quando iniziamo a creare un suono dobbiamo accoglierlo, esso arriva da dietro; la vibrazione ancora non esiste, segue poi l’evento fisico della produzione del suono e, dopo, il suo movimento si dirige verso gli altri suoni, che non ci sono ma che verranno… Si verifica proprio un movimento dal passato al presente e al futuro. Movimento che è legato, come ci suggerisce Steiner, al pensare che viene da qualcosa che avevamo e che ci guida, al sentire che ci porta a qualcosa del presente e alla volontà che va verso il futuro.
Il suono, poi, ha un’altezza, una durata e un’intensità. Quando si percepisce un suono, altezza, durata e intensità vivono animicamente nell’uomo. L’altezza di un suono deve essere sempre pensata prima. possiamo dire che l’anima umana percepisce l’altezza di un suono, medio, grave, acuto nelle più piccole sfumature attraverso il pensare. Se devo suonare o cantare devo sempre avere prima in testa il suono che mi accingo a fare. La durata di un suono possiamo immaginarla legata all’aspetto del sentire. Se suono un piccolo pezzo, anche due note, di una certa durata e poi le torno a suonare con una durata differente mi rendo immediatamente conto che nel nostro sentire è cambiato qualcosa. Nell’intensità, nella forza di un suono, in tutte le sfumature dal piano al forte, dal diminuendo al crescendo, si esprime, invece, più l’aspetto della volontà perché per produrre un suono piano deve essere messa in moto tutta la mia volontà; tutta la mia concentrazione viene richiamata. Anche in questi tre aspetti del suono, cioè l’altezza, la durata e l’intensità, ritroviamo dunque le stesse caratteristiche dell’anima legate al pensare, al sentire e al volere.
Il suono ha anche un timbro, ma il timbro è più individuale, è il suono specifico di uno strumento o di un qualsiasi oggetto che si mette in vibrazione. È la caratteristica, l’essenza, è l’anima di quella cosa. Il timbro, con un’immagine di Lupi, è “l’angelicità del suono nella nostra interiorità”.
È interessante notare che nella storia della musica si possa leggere anche una storia delle dinamiche dei suoni, del forte e del piano. Nella musica romantica abbiamo visto la massima espressione dei colori, delle dinamiche. Le parti scritte di quei brani musicali sono piene di annotazioni che specificavano come i compositori volevano che venissero eseguite, c’era una coscienza diversa che richiedeva forza e sfumature diverse. Nella musica barocca non c’erano quasi indicazioni. Era espresso un contrasto, bianco e nero, forte e piano, ed era l’esecutore a metterci del proprio. Mentre nella musica rinascimentale e gregoriana, poi, tutto era ancora più sospeso, non vi erano crescendo e diminuendo, e il forte e il piano erano resi dal numero di strumenti che suonavano. Lo stesso è accaduto nel passaggio dal clavicembalo al pianoforte. Il pianoforte si chiama così proprio perché il clavicembalo molto difficilmente poteva avere un crescendo, un forte o un piano. È stato costruito il pianoforte proprio per permettere agli strumenti a tastiera di avere delle dinamiche. E questo non è avvenuto nell’antichità, ma solo nel 1700.
Se volessimo fare una serenata sotto la finestra di una bella fanciulla, con quale strumento ci potremmo fare accompagnare?… Un violino, un mandolino, una chitarra, un’arpa, che sicuramente è un po’ più difficile da trasportare, sono strumenti con sonorità che potrebbero essere adatte. Difficilmente si potrebbe utilizzare un trombone per fare una serenata. Se invece volessimo creare un suono forte che possa addirittura distruggere le mura di una città o spronare alla battaglia, che strumento dovrei usare?… Un corno, una tromba, un trombone… non certo un’arpa.
Difficilmente l’arpa avrebbe questa forza e, del resto, un violino sarebbe poco adatto a far marciare un esercito. Si suoneranno dei tamburi. Si può a questo punto iniziare a differenziare gli strumenti rispetto all’uomo: con la tromba si agirà nell’uomo della volontà, della forza, dell’incitamento. Le trombe sono anche usate per annunciare qualcosa che dovrà accadere, sono le sette trombe dell’Apocalisse, sono le trombe del Giudizio universale che proiettano verso il futuro, ma sono anche quelle che ci possono portare a maggior coscienza la nostra volontà. Muovono un esercito alla battaglia, non alla marcia. Un tamburo muove alla marcia lavorando nella volontà inconscia mentre la tromba lavora nella volontà conscia. Una prima classificazione molto generale può far collocare nella sfera della volontà ottoni e percussioni, nella sfera del sentire e del sistema ritmico dell’uomo le corde, nella sfera del pensare gli strumenti melodici, legni a fiato, come l’oboe che porta qualcosa che viene da lontano, la melodia. Non è possibile produrre un’armonia con uno strumento a fiato, neanche cantare si può con uno strumento a fiato. Si può, invece, ricordare, portare l’elemento della melodia.
Tutta l’esperienza dell’elemento musicale avviene nella nostra zona centrale del sistema ritmico del sentire. Se questo sentire viene poi portato verso il capo si trasforma in melodia, in melos, se viene portato verso le membra viene trasformato in movimento, in ritmo, in volontà. Se vive nel centro, infine, prende corpo tutto l’aspetto armonico musicale, la simultaneità. Cambia l’atmosfera, ma armonia, melodia e ritmo sono uno dentro l’altro. Steiner ci dice che appena si porta l’armonia verso il pensare si fa sì che i pensieri siano compenetrati di amore e se l’elemento armonico compenetra le membra le mie azioni sono compenetrate di amore. Questo è l’uomo musicale.

Come si scelgono gli strumenti per i bambini
Il percorso per arrivare alla scelta dello strumento comincia in terza classe, quando i maestri dei vari strumenti li vengono a presentare. È l’anno che didatticamente coincide con lo studio dell’Antico Testamento, con le immagini della creazione, ma anche con la presentazione e lo studio dei mestieri. È abbastanza evidente che nello studio dello strumento l’importante aspetto dell’artigianato sia da intendersi come un vero e proprio mestiere. In terza classe ci troviamo anche al nono anno del bambino, un anno in cui è molto importante avere uno strumento per sostenere l’individualità che si sta incarnando sempre più. Infatti, armonizzando e rafforzando il sentire, lo strumento scelto può aiutare ad affrontare i momenti di debolezza e di paura propri di questa età del bambino. Lo strumento, inoltre, porta in breve tempo il bambino a poter manifestare qualcosa di sé e quindi in questo senso a rafforzarlo.
Quando presentiamo gli strumenti, la prima cosa che chiedo ai maestri è di suonare un paio di musiche tipiche del loro strumento. Ed è proprio bello, quando per esempio i bambini ascoltano l’arpa, vederli restare estasiati, presi da questi suoni. Qualsiasi sia lo strumento che presentiamo loro, sono sempre lì a bocca aperta ad ascoltare. Quando ascoltano suonare il clarinetto, interiormente i bambini si muovono in un certo modo, mentre l’arpa li fa muovere in un altro. Quando suona la tromba vorrebbero alzarsi e correre, ma invece restano lì ad ascoltare con grandissima intensità. Questo accade perché la musica, anche soltanto ascoltata, è movimento, movimento interiore.
Dopo averli ascoltati e presentati, i bambini provano a suonare. In questa fase mi limito a prendere dei semplici appunti sul modo con cui il bambino ha preso contatto con lo strumento, su come lo ha tenuto in mano. Non mi appunto solo il suono che hanno prodotto, perché quello è relativo, ma il modo, il gesto.
Passate alcune settimane dopo la presentazione di tutti gli strumenti, chiamo ogni bambino individualmente e gli domando cosa li ha colpiti. È difficile fare questa domanda perché non gli si può chiedere semplicemente: “Quale strumento ti è piaciuto di più”? Non si tratta di un gusto del gelato! Dobbiamo cercare di capire più sottilmente quale relazione il bambino ha con quel timbro specifico.
Non abbiamo ancora parlato del timbro. Esso è l’essenza, l’anima dello strumento. Il timbro è l’insieme della vibrazione delle corde, della cassa e di chi lo suona. È l’insieme di tutti gli armonici, quelli che suonano di più e quelli che suonano di meno. Il timbro è l’individualità dello strumento ed è fondamentale cercare di cogliere come il bambino vibra insieme a questa individualità, che relazione ne nasce. Se si riesce a cogliere questo, allora non ci sono dubbi riguardo al capire se si tratta dello strumento adatto per lui, ma se lo si coglie è chiaro che lo coglie anche il bambino. Perché se il tutto risuona come dovrebbe sarà il bambino stesso a venirmi a dire: “Maestro, voglio suonare quello strumento”. Ciò accade perché è avvenuto questo incontro, un incontro di destino. Si può parlare di un incontro karmico perché spesso è per tutta la vita o comunque sarà un’esperienza fondamentale soprattutto se negli anni il bambino continuerà a suonare o diventerà un professionista.
Non è sempre facile arrivare a questa scelta perché non tutti i bambini della classe hanno risolto la crisi del nono anno e quindi magari sono ancora molto sognanti. Sono quei bambini che dicono: “A me gli strumenti sono piaciuti tutti, maestro”. Rispondo: “Certo, sono tutti belli, anche a me piacciono tutti”. Oppure: “Va beh, non ti preoccupare, quando vedrai che qualche cosa dello strumento ti ha colpito me lo verrai a dire”. Magari, poi, ogni tanto gli faccio qualche domanda. Ci sono, invece, alcuni bambini che già prima di presentare gli strumenti mi dicono: “Maestro, puoi presentarmi tutti gli strumenti che vuoi, ma io voglio suonare il violino”. E io gli dico: “Va bene, ascoltali tutti, poi ci pensiamo”. Spesso si tratta comunque di quei bambini che poi non cambieranno idea. E questo succede proprio perché questo incontro con lo strumento è già avvenuto. Noi lo proponiamo a scuola ma può avvenire in tanti altri modi. Ci sono poi anche bambini affascinati da due strumenti, bambini che non riescono a decidersi. Dell’arpa apprezzano come si pizzica, del flauto la leggerezza e la bellezza. Per loro è più difficile. A questi dico: “Beh, aspettiamo un po’, poi vedrai qualcosa succederà”, e in effetti per fortuna quasi sempre accade. Con qualche bambino ho dovuto anche aspettare uno o due anni, ma è chiaro che non devono per forza suonare subito uno strumento, proprio perché è importante che questa scelta sorga una volta che nel bambino è avvenuto questo incontro. Anche se hanno aspettato un anno o due, quando poi decidono qual è il loro strumento fanno immediatamente dei passi da gigante, mentre magari altri che hanno scelto lo stesso strumento due anni prima sono ancora lì che arrancano.
Un’altra cosa importante è che non dovrebbero esserci condizionamenti, perché se il bambino è condizionato dalla televisione e dalla radio, possiamo essere certi che non è avvenuto tanto un incontro quanto è prevalsa l’immagine del chitarrista rock o del batterista. Può essere anche che siano attirati dallo strumento che suona il nonno o hanno a casa lo strumento del papà e quindi hanno già iniziato a suonare quello. Questo condiziona abbastanza anche se qualche volta anche quello può essere un incontro di destino. Non è che per forza debba avvenire a scuola. Magari quello strumento è rimasto appesa alla parete per vent’anni, nessuno lo ha mai suonato, arriva il bambino ed è l’unico che lo nota. È però importante che non ci siano condizionamenti come avviene quando un genitore dice: “Tu devi suonare il pianoforte”, “è così perché l’ha suonato tuo nonno”, o “perché in famiglia si è sempre suonato il violino”.
05_MozartTolti questi condizionamenti esterni bisogna che il bambino, come detto, colga l’essenza dello strumento.
La scelta dello strumento può derivare come abbiamo visto dal desiderio che nasce da un motivo, da un anelito profondo verso un timbro, una forma. In questo caso, se il desiderio è puro, intimo, lo assecondo. La scelta può esser fatta tenendo conto del talento, ed è chiaro che se un bambino ha il talento per suonare il violino difficilmente sceglierà l’arpa. Infine, la scelta può essere indicata da un aspetto terapeutico, pedagogico. Questa è la sfumatura più sottile e delicata perché la scelta di uno strumento che sia terapeutico necessita da parte mia un lavoro molto particolare attraverso il quale valuto il bambino e, per prima cosa, cerco di capire se è il caso che io lo indirizzi e, ancor di più, se posso farlo. L’intervento però avviene in un altro ambito. Devo aggiungere che nella nostra scuola se il bambino ha trovato uno strumento che gli risuona quello per lui sarà comunque anche terapeutico. Ho visto bambini che sceglievano lo strumento vicino al loro carattere, al loro temperamento e quindi lo sceglievano in maniera omeopatica, mentre altri sceglievano l’opposto, lo strumento più lontano da loro, dalle loro caratteristiche, quindi in modo allopatico. Ed è giusto così. Non dobbiamo lavorare per schemi e proporre al bambino sanguinico lo strumento sanguinico, che gli corrisponde e che lo curerà, perché alcune sfumature dei temperamenti individuali hanno invece bisogno dell’opposto per determinare una scelta dello strumento davvero terapeutica. Non tutti abbiamo bisogno dell’omeopatia, abbiamo bisogno anche dell’allopatia. Se l’hanno desiderato, se ha vibrato insieme a lui, quello strumento è adatto a lui. Il maestro non deve dire al bambino: “Tu devi suonare questo strumento perché ti farà bene”. Deve essere il bambino a portarlo al maestro, a portagli quel vibrare. Il maestro deve soltanto riuscire a leggere questa indicazione che arriva dal bambino. Poi lui farà da sé. Si può consigliarlo, si possono aspettare tempi migliori, ma non si deve condizionarlo.

Angeli musicanti
Roberto Lupi faceva osservare che tra le gerarchie celesti sono sempre gli angeli a essere raffigurati musicanti, in tutte le iconografie non troviamo arcangeli o altre gerarchie mentre suonano o imbracciano strumenti musicali. Come mai gli angeli? Perché l’angelo è l’essere spirituale più vicino all’uomo, quello che ha sempre fatto da tramite tra il divino e l’uomo: è l’angelo che ferma Abramo, è un angelo che annuncia il Messia ai pastori, è l’angelo che avverte i re magi. Gli angeli sono legati alla nostra vita immaginativa. Ogni angelo, in ogni uomo individualmente e poi insieme, coopera a formare di continuo delle immagini nel corpo astrale dell’uomo. Queste racchiudono delle forze operanti in vista dell’evoluzione futura dell’umanità. Gli angeli operano per una configurazione sociale della vita umana sulla terra. Con le loro forze musicali, che parlano direttamente al nostro corpo astrale, formano e tessono immagini per cui in futuro nessun uomo possa tranquillamente godere alcuna felicità se altri vicino a lui sono infelici.
Questo si riflette nella grande potenza sociale della musica. Sorgono sempre più spesso iniziative sociali di grande livello nel mondo basti pensare alle orchestre infantili in Venezuela dove centinaia di bambini di strada vengono salvati dalla musica, dagli angeli. Oppure l’orchestra fondata da Baremboim composta da giovani Israeliani e Palestinesi.
05_BeethovenL’angelo è spesso rappresentato con uno strumento musicale proprio perché questo passaggio della musica viene realizzato solo in minima parte durante il giorno, in grandissima parte viene realizzato durante la notte. Quando noi ci addormentiamo andiamo in un mondo prima di colori e poi di suoni e veniamo compenetrati di tutti questi suoni. Ognuno di noi, anche se non musicista, è compenetrato di suoni quando dorme. Un musicista ha la fortuna di vivere con questi suoni anche durante tutto il giorno, ma solo i grandi musicisti riescono a portare sulla terra l’eco di quei suoni celesti attraverso l’espediente materiale dello strumento musicale, della composizione. È come se il musicista fosse in grado di “materializzare” quello che noi tutti percepiamo in quella che Steiner dice essere la nostra “vera patria”, che è quella del suono. Per esempio, Mozart, Schubert, Beethoven, Bruchner, componevano la mattina appena alzati. Schubert dormiva con gli occhiali così appena apriva gli occhi poteva scrivere con una matita su un pezzo di carta, brutto perché non aveva i soldi per comprare la carta, infatti spesso gliela regalavano i suoi amici. Per Mozart era lo stesso: si alzava alle 5 o alle 6 del mattino e componeva fino alle 10, poi non componeva più, suonava, studiava, trascriveva le idee che gli erano venute al mattino. Questi musicisti riportavano o tentavano di riportare la musica che avevano appena udito nella notte.
Quindi, tutti noi siamo musicisti, tutti noi abbiamo questa musica che ci risuona, poi se abbiamo anche la fortuna di suonare uno strumento, possiamo, vincendo le forze della volontà, riuscire a trasformare questo istinto in musica, quindi a donare agli altri esseri umani questa musica del cosmo.
Gli angeli che ci circondano portano all’uomo di oggi determinate immagini che dobbiamo sviluppare sempre più nella nostra coscienza. La musica è un elemento che attraverso il suonare umano e il risuonare del mondo può portare l’uomo a un risveglio, essa se coltivata nel giusto modo è un sostegno per la vita.

 

Articolo contenuto nel numero di dicembre 2015 di Germogli


Tommaso Masini
Maestro di musica nella scuola
steineriana Cometa di Milano,
musicoterapeuta