02_Pintordi Shantih Pintor

__ I due principali indirizzi dell’insegnamento scolastico sono costituiti, fin dalle prime classi, dallo studio della lingua madre e della matematica, dai quali hanno origine, nel loro insieme, gli studi umanistici e quelli scientifici. Questo breve scritto vorrebbe mettere in luce alcune peculiarità di questi filoni considerandoli in relazione con la polarità del sistema nervoso e dell’organizzazione del sangue, allo scopo di affinare la consapevolezza grazie alla quale è possibile dar vita a un’arte dell’educazione salutare per l’essere umano in divenire.
Ogni insegnante, nell’attività didattica, constata presto che uno dei maggiori impedimenti che un bambino possa incontrare nello studio della matematica, fin dai primi elementi aritmetici, è la paura. La matematica è una materia che effettivamente può spaventare, poiché richiede al bambino di addentrarsi in un paesaggio ignoto, dove la ricerca dell’esattezza può essere causa di errore e fallimento. Nell’esercizio di calcolo il bambino è chiamato a svolgere un’esperienza puramente interiore, che non trova appiglio nell’operare dei sensi maggiormente rivolti alle percezioni esteriori. Lo svolgimento del processo matematico richiede un tipo di ascolto e di osservazione del tutto interiorizzati. Non importa che si stiano contando oggetti concreti: castagne, sassolini o altro; essi sono solo oggetti, mentre il fatto che vengano contati è un processo interiore. Senza la nostra attività animica vedremmo dei sassi, beninteso, ma non tre, quattro o cinque, solo un mucchio indistinto di sassi.
Il processo matematico poggia sui sensi inferiori (vita, tatto, movimento, equilibrio), legati al polo volitivo; per questo necessita serenità, interiore stabilità; in certo modo richiede al bambino uno slancio entusiasta che ricorda la fiamma del coraggio. Per questo quando trova il risultato il bambino piccolo esulta come se fosse uscito vincitore da una sfida e, sempre per questo, sovente esclama di aver ‘indovinato’. Ciò che viene ‘indovinato’ è in primis qualcosa di nascosto e, per indovinare, in certo modo bisogna lanciarsi, afferrare al volo qualcosa che fluttua in un paesaggio ignoto. Ci si pensi, difficilmente vedremo reazioni simili mentre osserviamo un bambino che muove i primi passi nella scrittura e nella lettura.
L’esercizio della matematica richiede un atteggiamento animico di simpatia nel senso indicato da Steiner nella sua antropologia. Simpatia: quindi un’apertura d’animo paragonabile al gesto euritmico della ‘A’. Con il termine simpatia Steiner vuole indicare una condizione dell’anima che scaturisce dalla continua tensione interiore verso la vita postmortem; dal punto di vista animico la pone in relazione alla volontà, mentre dal punto di vista fisico ne indica la principale manifestazione nell’organizzazione del sangue.
Il sangue stesso è da lui descritto come un succo che continuamente vorrebbe spiritualizzarsi, divenire immateriale, come qualcosa che perpetuamente si dissolve per venir creato a nuovo; quindi come qualcosa di estremamente vitale e proiettato verso il futuro. Dall’intensificazione del sentimento della simpatia – osserva Steiner – hanno origine la fantasia e l’immaginazione e ciò può far sorgere in noi un’osservazione interessante rispetto all’innata fantasia e alla sconfinata immaginazione dei più grandi geni della matematica, come Einstein, per esempio, il quale esortava a raccontare tante fiabe ai bambini se li si vuole rendere molto intelligenti.
La grande vitalità del sangue e la sua intima parentela con il processo matematico sono in stretta relazione con il fatto che proprio durante le epoche(1) di matematica i bambini siano particolarmente eccitati, focosi, esuberanti, fatto che può porre qualche difficoltà all’insegnante.
Il polo opposto della simpatia è l’antipatia, la quale, nel senso indicato da Steiner, è una condizione dell’anima che scaturisce dal continuo riverberare in essa della vita prenatale che, rispecchiandosi nell’interiorità dell’uomo, dà origine alla vita di rappresentazione. L’antipatia, quindi, è legata al passato, dal punto di vista animico Steiner la pone in relazione alla forza del pensare, mentre sul piano fisico indica il sistema nervoso come una sua manifestazione. Steiner descrive il nervo in certo modo come l’opposto del sangue, ossia come materia che tende continuamente a solidificarsi e a morire.
02_Pintor1Mentre nell’esercizio della matematica il bambino viene colto da una certa eccitazione, nell’esercizio della lettura si può osservare una tendenza opposta. Lo sforzo legato alla lettura, specialmente nei bambini che muovono i primi passi, richiama l’attività del nervo, uno sforzo cerebrale non di carattere immaginativo. L’immaginazione riesce a fluire nell’esercizio della lettura solo a partire dal momento in cui questa non costituisce più uno sforzo cerebrale, ma all’inizio, quando il bambino si sforza di imparare, le forze messe in gioco sono di carattere nervoso, per questo così facilmente il bambino impallidisce, si stanca, o lamenta mal di pancia.
Mentre l’esercizio di calcolo conduce all’unilateralità nel polo della vitalità e ‘porta fuori’, l’esercizio della lettura innesca un processo mortifero e indurente, affine all’attività del nervo. La concentrazione del bambino intento nella lettura, polare rispetto all’espansione del bambino che segue interiormente un processo matematico, è paragonabile al gesto animico della ‘E’.
Naturalmente quanto detto ha senso a condizione che la matematica, specialmente nelle prime classi, venga insegnata in modo consono alla natura del bambino. È altresì vero che è possibile paralizzare sul nascere le forze di fantasia implicite nel lavoro matematico mediante una didattica arida e fredda, fatta di schemi e definizioni.
Ma se si va incontro all’intima natura del bambino, si constata che realmente l’esercizio matematico è vitale e affine all’elemento del movimento, mentre la scrittura è più affine alla stasi.
Riflettendo sull’esercizio della lettura, si può osservare che la riga scritta, costituita da un susseguirsi di simboli stampati nero su bianco, sia in realtà linguaggio morto, materializzato. Una pagina scritta, da un certo punto di vista, è come una specie di cimitero nel quale ogni lettera rappresenta la lapide di un suono defunto. Tuttavia, nel momento in cui la scrittura stampata vien letta, a partire dallo sguardo che la percorre linearmente e la interiorizza, quindi a partire dall’attività nervosa, fluisce nell’anima, ove riprende vita. La riga scritta può essere così paragonata a un’estensione del nervo, ossia materia morta che però, come uno spazio vuoto, può essere attraversata dallo spirito vivente. La riga scritta è perciò una sorta di veicolo per lo spirito che è in grado di ravvivare il senso delle parole incantate nei caratteri grafici. Questo è veramente caratteristico nel linguaggio scritto: era vivo e non lo è più; ha affinità col passato. Infatti, la lettura, nel momento in cui un bambino impara a padroneggiare i caratteri grafici, in primo luogo gli richiede di rammentarsi i simboli delle lettere, così come gli sono stati tramandati dal passato; quindi si tratta di uno sforzo mnemonico. Se il bambino non conoscesse le lettere dell’alfabeto, a nulla gli varrebbe tutta la sua fantasia… non potrebbe leggere.
02_Pintor2A questo punto è interessante ricordare che Steiner, nell’antropologia, osservi che nel polo della vita di pensiero rappresentativa, dall’intensificazione dell’antipatia sorgano proprio la memoria e il concetto. In contrapposizione all’innata fantasia dei geni matematici, possiamo così porre la poderosa memoria dei dotti. Un uomo dotto poggia la sua cultura e la sua conoscenza sulla memoria che lo lega ai grandi del passato, mentre un genio fonda la sua grandezza sull’ardita capacità di proiettarsi con fantasia nel futuro.
In ogni bambino operano e agiscono entrambe queste correnti, il genio e il dotto, e compito della pedagogia è far sì che crescano in modo armonioso. Se l’insegnamento viene condotto in modo troppo arido, facendo appello unilateralmente alle forze del nervo, si innesca un processo di rattrappimento, di indurimento, di necrosi; se invece l’insegnamento viene condotto in modo troppo fantasioso, senza che si badi a porre delle ancore stabili a terra, facendo appello unilateralmente alle forze del sangue, si innesca un processo di rigonfiamento, allora i bambini, animicamente, si gonfiano come palle e ‘volano via’. La vera arte dell’educazione consiste nell’imparare a sfruttare le materie di insegnamento per sviluppare in modo armonico le disposizioni, le forze e le capacità che in ogni bambino devono potersi manifestare in modo che, crescendo, possa adempiere i propri doveri karmici, e con questo cooperare al progresso dell’umanità intera.

(1) Nelle scuole steineriane sono chiamate epoche i periodi che si protraggono per alcune settimane durante i quali, ogni giorno, le prime due ore mattutine di lezione sono dedicate alla stessa materia

Articolo contenuto nel numero di marzo 2015 di Germogli

 

Shantih Pintor_Foto per Germogli_ingranditaShantih Pintor
Insegnante di III classe presso la Scuola Cometa di Milano