di Sergio Giannetta
__Intervista a Renzo Mariani, maestro di falegnameria alla Scuola Steiner-Waldorf “Cometa” di Milano

 

IMG_0406Sergio Giannetta_A quale età si porta l’insegnamento della falegnameria nelle scuole Steiner-Waldorf?
Renzo Mariani_Dipende dalla scelta di ciascuna scuola steineriana, la scuola Cometa ha deciso di introdurre la falegnameria in sesta classe. Qualche scuola comincia a proporla già dalla quarta con lavori molto semplici e senza l’uso degli attrezzi che si introducono dalla sesta. In quarta e in quinta tuttalpiù si utilizza il coltellino per incidere le cortecce dei rami o per realizzare piccoli giochini con legnetti. Il vero e proprio lavoro della falegnameria, invece, comincia in sesta classe perché si comincia a costruire oggetti per i quali interviene una cura sia dell’aspetto funzionale sia di quello scultoreo, che si alternano e convivono.

Sergio_Perché proprio in sesta?
Renzo_Perché in tutto il periodo in cui un bambino frequenta una scuola steineriana, dall’asilo in cui si comincia a fargli plasmare la cera per poi passare al più duro elemento della creta, lo si prepara, appunto, al periodo in cui in sesta classe gli si presente il legno. Purtroppo nella nostra scuola il percorso finisce in ottava ma se si andasse in dodicesima, là si porterebbe il marmo e poi il vetro. Questa è la sequenza completa, all’interno della quale a un certo punto arriva il legno.

Sergio_Cosa ha il legno che lo caratterizza rispetto alla creta?
Renzo_La creta si modella, si toglie e si aggiunge, il legno si può solo togliere. Questo specifico lavoro richiede anche una percezione, un’immagine, di quello che devo andare a costruire un po’ più definita. Questo tipo d’impegno e attenzione lo puoi chiedere a un ragazzo a partire da una sesta/settima. Prima è troppo presto.

CucchiaioSergio_All’inizio si usano le dita delle mani, quindi gradualmente il coltellino, gli attrezzi…
Renzo_Sì, fondamentalmente accade che si debba prendere in considerazione un nuovo aspetto del lavoro manuale: se con la creta si usano i polpastrelli in falegnameria si deve necessariamente utilizzare un attrezzo. È importante, quindi, sviluppare un’abilità nel gestire qualcosa che debbo imparare a usare. Il paragone potrebbe essere fatto con la musica: fino a una certa età il ragazzo canta e solo in un secondo momento arriva lo strumento che lo porta a interagire con un qualcosa che non parte più soltanto da lui, dalla sua voce o dai suoi polpastrelli. Si aggiunge l’attrezzo che devo anche imparare a usare e conoscere. Soprattutto in falegnameria, attività in cui si usano attrezzi quasi tutti da taglio, diventa necessario che il ragazzo si svegli, si desti. Perché un utilizzo scorretto chiaramente può essere dannoso per lui e per gli altri. Durante tutto il lavoro della falegnameria si verifica proprio un risveglio della coscienza, della presenza e della qualità della presenza.

CatapultaSergio_Vi si può vedere anche un’oggettivazione dell’esterno da sé, un allontanamento che aiuta a percepire e riconoscere il diverso da sé?
Renzo_Questo si può percepire proprio nel corso scolastico della settima classe ed è ben riconoscibile nel lavoro della ciotola. Se pensiamo a tutto quello che viene portato in settima, soprattutto per quel che riguarda la chimica e la fisica, ma anche l’analisi del periodo storico, ci è subito chiaro che propone proprio questo specifico lavoro che viene portato a un’umanità che comincia a oggettivare una qualità interiore. Il ragazzo si riconosce per quel che è dentro e, infatti, il grande lavoro richiesto al ragazzo è proprio quello di scavare, di penetrare questo legno, di creare una forma entrando nella profondità della materia. La ciotola poi viene completata da un’accurata rifinitura esterna. Cos’è imparare se non lo sperimentare fino in fondo un qualcosa che altrimenti solo ipoteticamente saprei fare. E in effetti quando han finito di fare la ciotola tutti hanno imparato a fare la ciotola.

Sergio_Ma cos’è che in realtà si acquisisce?
Renzo_Il mestro spinge il ragazzo a ricercare una maggiore cura delle finiture, delle forme e, se un ragazzo esprime se stesso nel lavoro che fa, quel qualcosa in più che realizza va a modellare la sua interiorità, ad affinarla, a portarla verso qualcosa di più alto. E se in tutto quello che noi vogliamo realizzare a livello scultoreo ci mettiamo questi ingredienti, nelle scuole steineriane diciamo che nel momento in cui vado in profondità lavoro con la volontà e nel momento in cui do forma esterna lavoro con il sentimento, quello che nasce è lo spigolo che Rudolf Steiner definisce come pensiero. Riflettiamo ora su quello che può significare per il ragazzo il lavoro sulla ciotola: in effetti il ragazzo si trova a dover sperimentare tutte e tre queste forme e a interiorizzarle. Questo lavoro lo aiuta a portare fuori quello che veramente è, tanto che spesso succede che il maestro di classe riconosca le ciotole degli allievi. E questo avviene proprio perché loro imprimono nella ciotola la loro essenza mentre allo stesso tempo a quella attingono. Inoltre, alla fine dell’anno hanno comunque fatto un passo in più nelle loro abilità perché di volta in volta gli viene richiesta una certa finitura, una particolare forma.

IMG_0416Sergio_Nel momento in cui lavoro con le dita posso essere molto preciso e molto dentro l’oggetto. Questo perché tocco con i polpastrelli e modello direttamente attraverso me stesso. Quando, invece, uso uno strumento tutto diventa più difficile all’inizio. Eppure lo strumento mi permette di fare cose molto più complesse… Come mai? Diventa importante la distanza che attraverso lo strumento metto tra me e l’oggetto?
Renzo_Esatto, in un certo qual modo si va a oggettivare un qualcosa. Se si vuole questa presa di maggior distanza fa in modo che subentri un po’ l’elemento dell’antipatia. Se nella creta o nella cera emerge di più l’elemento della simpatia, ci si impasta dentro, qui invece si va proprio a scolpire. Si dà un taglio, un’impronta. Si butta via quello che non appartiene a quel che si è immaginato di creare. Più è preciso l’attrezzo, poi, più si ottiene un qualcosa in linea con il pensiero e gli si permette di diventare più acuto.


Sergio_Ricordo che un tempo nelle scuole statali, alle medie si faceva l’ora di applicazioni tecniche, una materia alla quale si dava scarsa importanza. Perché nelle scuole steineriane, invece, la falegnameria è inserita in modo così strutturato? Perché, poi, lo specifico insegnamento della falegnameria e non un più variegato apprendimento di un generico uso degli strumenti per permettere ai ragazzi di cimentarsi in diverse applicazioni tecniche?

Renzo_Pensando a quella che è la scuola statale, soprattutto per come l’ho fatta io e per quello che è stato il periodo culturale di quel momento, intorno agli anni Settanta/Ottanta, secondo me le applicazioni tecniche, che poi in pratica erano attività ed esperienze che riguardavano l’elettricità per i maschi e il cucito per le femmine, fondamentalmente rispondevano solo alla necessità di preparare i ragazzi al mondo del lavoro o al mondo della famiglia. Bisognava indirizzarli verso qualcosa che doveva essere produttivo. Chiaramente nelle scuole steineriane il discorso è proprio l’opposto. È fondamentale l’elemento del legno, che arriva a un certo punto del percorso scolastico proprio per la sua consistenza, per la sua durezza che si distacca da quello che è la creta e che ancora non è il marmo. Cade nell’età giusta. Lo si porta in sesta/ottava proprio perché è l’elemento giusto al momento giusto dell’evoluzione del ragazzo. Nella classe in nona dovrebbe subentrare qualcosa di ancora più duro, qualcosa di più oggettivabile con attrezzi più precisi e taglienti.

IMG_0407Sergio_Li abbiamo già toccati, ma possiamo dire qualcosa di più preciso sui principi pedagogici della falegnameria?
Renzo_Come abbiamo già accennato il lavoro della falegnameria contribuisce a formare nel ragazzo un aspetto dell’interiorità e allo stesso tempo a esprimere questo aspetto estremamente personale e profondo all’esterno. Questa esperienza però riguarda più l’aspetto scultoreo. C’è poi tutto l’aspetto funzionale, pratico e, soprattutto, strutturato. Pensiamo ai lavori che li impegnano quando realizzano le macchine di Leonardo, i congegni o gli strumenti musicali: per questi lavori è importante che i ragazzi vi riconoscano la funzionalità. E cos’è che vi recuperano? Vi recuperano anche la matematica e la geometria. Accade lo stesso quando si cimentano nel disegno di un bozzetto di Leonardo o di uno strumento musicale, dentro c’è la fisica, l’acustica. Tutto quello che viene fatto in classe durante le ore delle altre materie d’insegnamento coincide o capita dopo che l’argomento è stato affrontato nelle altre materie. La falegnameria, quindi, diventa un completamento pratico, materiale. Come se si desse un senso dal punto di vista pratico a cose che magari potrebbero rischiare di continuare a restare un po’ sull’astratto. A volte mi succede, quando per esempio faccio fare la lanterna a sei facce che porto sempre dopo che la maestra di sesta prima di Natale ha portato il fiore a sei petali dal quale poi ha origine l’esagono, che qualche ragazzo dica: “Ah ecco perché abbiamo fatto il fiore a sei petali. Per fare la lanterna”. Per loro quella è l’utilità, il rispecchiamento logico del senso di apprendere a fare l’esagono. Quindi, la falegnameria completa il lavoro fatto in precedenza in classe e, inoltre, contribuisce a far crescere nel ragazzo la sua predisposizione alla presenza sul lavoro, alla qualità del lavoro e alla relazione. Molti lavori, in effetti, li fanno in gruppo. È chiaro che non è possibile generalizzare perché i lavori che propongo ai ragazzi rispondono anche a quel che sento necessario in quel momento per la classe. A volte costruiamo delle cose che servono per la scuola, per esempio le seghe, che vengono fatte da quattro ragazzi assieme. Ognuno ne ha realizzato un singolo pezzo che poi deve essere messo insieme a quelli fatti dagli altri. Alla fine la sega deve comunque funzionare. Deve, quindi, esserci anche questa relazione profonda, quest’intesa tra compagni… Non è che ognuno possa andare per conto suo.

IMG_0410Sergio_Durante l’insegnamento di falegnameria si può vedere nel ragazzo anche una particolare evoluzione, un “passaggio” di ulteriore discesa nel corpo?
Renzo_Il gesto che il ragazzo porta per esempio mentre sta segando o mentre con la sgorbia scava la ciotola, va a lavorare su due fronti. Da una parte va a trattenere la dirompente crescita che in settima, quando i ragazzi hanno circa tredici anni, sta avvenendo a livello fisico. Ed è particolarmente evidente che a questa età ai ragazzi si stanno allungando le braccia e le gambe e la falegnameria li aiuta a sentire i limiti del loro corpo. Per assurdo, se nell’insegnamento scolastico si portassero avanti soltanto gli aspetti intellettuali potremmo trovarci dei ragazzi con gambe e braccia lunghissime. Non è chiaramente proprio così: però questo sforzo, questa fatica va a trattenere e regolare questo aspetto della crescita. Sull’altro fronte il lavoro della falegnameria permette loro di incarnarsi, basta pensare a quando si fanno dei piccoli tagli o alle piccole ferite che si procurano abitualmente. Anche soltanto il farsi venire le fiacche battendo col mazzuolo gli permette di sentire il loro corpo, la materia di cui sono anche fatti. In falegnameria sudano: a volte quando sono presi dal lavoro c’è la gocciolina di sudore che gli imperla la fronte anche d’inverno e con le finestre spalancate. Da questo punto di vista si tratta proprio di un lavoro di discesa, di presenza, di consapevolezza e d’incarnazione.

TigreSergio_Materia e spirito, legno e arte, qual è il punto d’incontro?
Renzo_Se è arte è perché l’artista, l’uomo, è riuscito ad aprire una breccia, una finestra sul mondo spirituale e a portare in una forma materiale la visione colta in quella dimensione. Questo è il processo, poi come succeda o cosa succeda deve essere contemplato come possibilità. Il solo gesto d’imprimere un segno sul legno con una sgorbia è il tentativo di aprire questa finestra. Dopo dipende dall’individuo, dalla persona, dal ragazzo. A volte può in effetti succedere che qualcosa di artistico avvenga, che qualcosa da quella parte arrivi. Io che qui in classe osservo il lavoro dei ragazzi me ne accorgo. In particolare in base al loro stupore. Questa meraviglia dipende dal fatto che quello che loro vedono non è tanto il frutto di quello che han pensato bensì qualcosa che in un certo qual modo gli è arrivato. Mentre loro erano talmente dentro all’atto è successo qualcosa. E quel che accade li fa stupire perché arriva da altro. E ti accorgi del fatto che loro colgono questo avvenimento perché è un momento un po’ magico, un po’ sacro.

IMG_0417Sergio_Cos’è che accade quando, invece, il ragazzo non riesce a vivere questa esperienza e si tira indietro cominciando a dire: “Non sono capace”, “Non ci riesco”?
Renzo_Purtroppo, in tutti gli anni che ho fatto falegnameria nelle scuole ritorna una costante. Ed è questa: che tendenzialmente tutti possono arrivare a questa meraviglia e che quando non ci arrivano è perché ci sono delle cause precise. E le cause precise le vedi subito perché questo problema emerge con i ragazzi che di solito durante la lezione parlano dei videogame e dei film che hanno visto alla televisione. Quelli che si lasciano trasportare e vivono anche la fatica con l’entusiasmo della sorpresa che gli sta venendo incontro li senti liberi da questo mondo virtuale, gli altri, quelli che arrivano a scuola e in laboratorio già stanchi, sono quelli che normalmente durante tutto il tempo della lezione parlano proprio di queste cose. E allora io dico che tutti i ragazzi sono predisposti a vivere queste emozioni, soprattutto a quest’età, tranne nel caso che prima gli siano state tarpate le ali. E purtroppo a quest’età il modo più concreto per tarpargli le ali è dargli la più completa libertà nell’uso di questi mezzi.

IMG_0423Sergio_Cosa porti nelle ore di falegnameria nelle varie classi sesta, settima e ottava? E cosa vuoi ottenere?
Renzo_In sesta partiamo sempre con piccoli giochi in modo che i ragazzi in poco tempo possano godere di questa meraviglia, di questo qualcosa che è uscito dalle loro mani e che deve funzionare. Perché ci si diverte se l’oggetto realizzato funziona e ci possono giocare. Già questo è un primo risultato. Lo scopo è, soprattutto, cominciare a fargli affinare la sensibilità delle dita nell’uso degli attrezzi. Un’altra attività che porto, per esempio, è la costruzione del cucchiaio. Tendenzialmente ho scelto di fargli fare dei cucchiai molto grandi, non tanto utili perché possano mangiarci direttamente loro, perché ritengo che un cucchiaio di legno una volta che lo hai messo nel sugo o hai girato una cipolla difficilmente lo porti alla bocca. Però, siccome deve essere utile allora gli dico che “lo facciamo bello grande per regalarlo alla mamma che lo potrà usare per servire il risotto la domenica quando ci sono gli ospiti”. Questo è anche il modo per dare una nobiltà all’oggetto che deve essere funzionale, cioè una cosa concreta, una cosa che serve, utile per servire il risotto. Altra cosa che porto in sesta è la lanternina che i ragazzi possono poi tenere sul comodino. È il frutto di una lavorazione geometrica: questa lanterna sta insieme soltanto a incastro senza chiodi né colla. Resta compatta, non si apre. La bellezza dell’oggetto è affiancata alla sua utilità e funzionalità. In settima porto la ciotola che è il grande lavoro dell’anno perché ci vogliono mesi per scavarla. Faccio lavorare i ragazzi su pezzi di massello alti dieci centimetri che tagliano da blocchi di travi grandi 40 x 40 cm. A loro descrivo l’immagine di un portafrutta da mettere al centro del tavolo per contenere arance, mele e pere. Nella realizzazione di questo oggetto c’è tutto il lavoro di cui ho parlato fino a ora più un lavoro particolare sull’interiorità e sull’esteriorità. In ottava, poi, andiamo ad approfondire tutti gli aspetti affrontati in sesta e settima perché solitamente lavorano sugli strumenti musicali e sui modellini delle macchine di Leonardo. Per fare lo strumento musicale si affronta sia l’aspetto scultoreo sia quello funzionale perché alla fine si deve poterlo intonare e suonare. Usare lo strumento per suonare una partitura è la sintesi di tutto ciò ma è anche la sintesi di tutto il percorso degli ultimi tre anni, sesta, settima e ottava. Nella realizzazione dello strumento musicale il ragazzo ci mette veramente tutto. In questa fase insisto tanto sul fatto che non si limitino a guardarlo ma che lo tocchino. Perché deve essere piacevole al tatto, perché la consistenza dell’oggetto deve tornare indietro alle dita, al sentire. Certo per realizzare lo strumento musicale devo lavorarci con la sega e con la sgorbia, ma alla fine dovrà essere una cosa che dovrò tenere in mano e, per assurdo, se dovrò prendere in mano una cetra non mi dovrò ferire con una scheggia. C’è dunque questa cura per la finitura che deve essere portata ai massimi livelli. Lo strumento deve essere finito, piacevole alla vista e al tatto, oltre che funzionale.

IMG_0409Sergio_Il lavoro della falegnameria porta i ragazzi in questa aula dove tu li segui, dai loro delle indicazioni, delle spiegazioni, degli aiuti… C’è poi un altro tipo di lavoro che fai in collegio con gli altri insegnanti della scuola, e con i genitori dei ragazzi…
Renzo_Il lavoro del maestro di falegnameria lo faccio con i ragazzi e soprattutto con il collegio degli insegnanti perché noi insegnanti in collegio condividiamo tutto quel che facciamo. Per esempio, prima di portare in aula certi lavori aspetto che in classe certi argomenti siano già stati affrontati perché se no anticiperei temi che devono rispettare tempi e ritmi che in classe seguono la programmazione di tutto l’anno scolastico. A livello collegiale siamo tutti coscienti del lavoro che fanno gli altri insegnanti. Io so esattamente cosa si fa in lavoro manuale come la maestra di lavoro manuale sa quel che facciamo in falegnameria. Dal punto di vista della comunicazione con i genitori questo avviene un po’ meno. I genitori vedono il lavoro svolto negli open day e vengono informati sull’andamento e sulle motivazioni pedagogiche dei lavori in cui sono impegnati i ragazzi nelle riunioni di classe e nei colloqui personali. A volte si tentano anche altre strade per coinvolgerli, come corsi specifici o piccoli lavori per abbellire la classe o la scuola, per fare banchi e sedie o per realizzare le scenografie degli spettacoli che i ragazzi faranno durante l’anno.

Sergio_Legno in falegnameria, d’accordo, ma so che a te piace anche lavorare molto con il vetro…
Renzo_Il vetro di solito dovrebbe entrare nelle scuole steineriane a partire dalla nona classe. È successo che in certe classi, quando in ottava ci si è avvantaggiati molto con lo strumento musicale e magari lo si è finito per tempo, gli ultimi mesi possa proporre di fare dei ciondoli di vetro da portare al collo. In questo caso non si corre il rischio di anticipare il lavoro di altri insegnanti perché la maggior parte dei ragazzi andrà in licei non steineriani e quindi nessuno di loro proseguirà questo percorso. Quindi, anche se negli ultimi mesi porto qualcosa che va a sforare in quello che è la nona classe, fondamentalmente per me è tutta ricchezza che loro si portano a casa.

TopoSergio_Cosa è per te la falegnameria?
Renzo_Io faccio un lavoro di tutt’altro genere perché sono un progettista e ho passato molto tempo della mia vita davanti allo schermo di un computer. Tuttora lo faccio perché lavoro part-time al mattino in un’azienda dove mi occupo di produzione. Però io provengo dalla zona di Cantù dove sono tutti mobilieri e quando facevo le elementari i compiti li facevo in piedi sul “banchino” da falegname di mio padre. Sento che quel gesto mi è entrato allora perché vedevo il mio papà che faceva l’intagliatore. Tutti i miei zii erano comunque falegnami e intagliatori e, siccome a quei tempi le vacanze erano molto brevi, nel senso che finita la scuola si andava in bottega, in pratica ho passato tutte le mie estati nelle botteghe dei miei zii. Non ho imparato a fare le cose che oggi propongo ai ragazzi perché mi dedicavo soprattutto alla realizzazione dei ricciolini dei comodini rococò. Lì, però, ho imparato a usare gli attrezzi. Un’attività che ho completamente perso quando sono andato alle scuole superiori e con i primi anni del lavoro ma che ho poi recuperato quando avevo circa venticinque anni. Questa scelta di tornare a occuparmi di falegnameria è stata anche quella che mi ha fatto decidere per il part-time sul lavoro al computer. Ho scelto di accontentarmi di vivere con la metà dello stipendio che mi veniva dal lavoro part-time, perché un po’ di stipendio lo dovevo comunque portare a casa, per potermi dedicare nell’altra metà della giornata ad aspetti più artistici. In quel momento più che a un discorso di scultura e lavoro del legno, che ho comunque mantenuto, mi sono appassionato alla pittura e al teatro. La scuola steineriana, in effetti, è arrivata dopo, quando mia moglie è diventata maestra d’asilo in una scuola steineriana. Il mio approccio al mondo steineriano è avvenuto gradualmente leggendo libri di Steiner, ma non quelli classici come ho scoperto è avvenuto per altri maestri, testi come Teosofia o La scienza dello spirito. I miei primi libri sono stati La dottrina del colore, i tre volumi di Storia dell’arte e Le api, perché sono anche apicoltore. Poi, a un certo punto è arrivata una proposta per portare l’insegnamento della falegnameria alla scuola di Como. In seguito ho conosciuto la maestra Giovanna Chiantelli in uno dei suoi incontri di studio dei testi antroposofici, perché avevo saputo che in uno dei suoi corsi aperti portava lo studio del libro Antropologia di Steiner. In seguito ho deciso di fare il percorso di formazione all’insegnamento e poi, lo sai, che non si finisce mai di studiare… Il mio approccio è stato quindi soprattutto dal punto di vista artistico. Ci tengo comunque a sottolineare che più che artista io mi sento un artigiano. E vorrei dire questo artigiano con la A maiuscola perché purtroppo si è persa questa sapienza, questa cultura, questa conoscenza, questa intelligenza della mano. Io so lavorare il legno e il vetro. Il teatro, poi, mi ha dato la possibilità di portare tutto il mio “sapere” lì dentro, perché quando affronti una scenografia devi anche saper costruire un’impalcatura, un praticabile, una quinta e devi saperla anche dipingere e svolgere un’azione in un determinato tempo. Il materiale più bello su cui lavorare, poi, è quello umano. Se penso all’associazione teatrale che per un semplice impulso ho fatto partire vent’anni fa a Figino Serenza vicino Cantù e che oggi è una compagnia teatrale con settantacinque iscritti di cui la maggior parte sono ragazzi di età compresa tra i dodici e i trent’anni… devo dire che per me è una gran bella soddisfazione!

Articolo contenuto nel numero di dicembre 2015 di Germogli

 

Renzo1Renzo Mariani
Insegnante
di Falegnameria
alla scuola Steiner-Waldorf
“Cometa” di Milano

 

 

 

 

 

Sergio-Giannetta_seppiaSergio Giannetta
Giornalista
Direttore Responsabile Germogli