Germogli online, Germogli a convegno… L’incipit per una “favola” moderna?
Sergio Giannetta

Siamo online da tre mesi. Il numero di marzo 2015 di Germogli, il primo realizzato solo in versione digitale, al 31 maggio è stato scaricato da 531 visitatori del sito www.germogli.org. Questi tre mesi hanno visto anche il download di altre 390 riviste in pdf distribuite tra gli altri 17 precedenti numeri della rivista. L’iniziativa di trasferire Germogli online e di renderla gratuita, dunque, pare che abbia avuto un certo successo, visto anche che nel complesso il sito durante lo stesso periodo ha fatto registrare 22.414 visualizzazioni di pagine e 762 iscrizioni alla newsletter. Probabilmente siamo solo all’inizio di questa avventura nell’oceano della Rete e il consistente numero di frequentatori che si sono collegati alle pagine web della rivista ci fa ben sperare. Un altro numero significativo è quello relativo all’articolo Perché mandare i bambini alla scuola Steiner-Waldorf di Giovanna Chiantelli che è stato letto da 3067 utenti e che inseriamo anche in questo numero di giugno.
Il lancio di Germogli in versione digitale e gratuita è dunque avvenuto, ora non ci resta che impegnarci quotidianamente all’allargamento della base dei nostri lettori… Per fortuna la condivisione attraverso Internet dell’indirizzo del sito di Germogli, di ogni singolo articolo o della newsletter è abbastanza semplice, quindi vi esortiamo a condividere gli articoli, a far conoscere la rivista e a segnalare spunti e riflessioni. Grazie cari lettori di Germogli.
In questa fine di maggio abbiamo anche lanciato l’appuntamento del primo convegno che Germogli sta organizzando sulla pedagogia e che si terrà il 12 settembre all’interno del Festival della biodiversità del Parco Nord di Milano. Partecipare a questa giornata non costa nulla ma bisogna registrarsi sia per garantire il controllo del preciso numero di posti che lo spazio in cui si svolgerà l’incontro può ospitare, sia per ottemperare agli obblighi di legge legati all’utilizzo di spazi chiusi.
Perché un convegno pensato e realizzato da Germogli?
Perché per Germogli evolvere la propria missione, costruendo occasioni ulteriori di dibattito e approfondimento intorno alla pedagogia steineriana, è una necessaria spinta all’azione determinata dalla consapevolezza di dover impiegare tutti i mezzi disponibili per aumentare le occasioni di divulgazione dei temi del vero vivere cosciente coniugati in chiave pedagogica e antroposofica. Mettersi in gioco in questa forma è anche una scelta per misurare la volontà e capacità di Germogli di prendere una semplice “intuizione”, quella del bisogno di far dialogare più professionalità in campo antroposofico intorno al tema della pedagogia e dell’ambiente in cui ci si forma, per trasformarla in una forte “motivazione” che riuscisse a diventare poi un “progetto” e, infine, una “risoluzione”, un evento dal quale poter prendere ulteriore forza e determinazione per proporsi successive evoluzioni per gli anni futuri.
Muoversi, non restare fermi, cambiare la forma per continuare a evolversi e nel contempo prendere coscienza che ogni attività umana ci avvicina alla verità, alla purezza della nostra essenza, è con tutta probabilità il primo postulato di una legge universale che accomuna il materiale e l’immateriale, la carne e lo spirito, la terra e il cielo: “tutto si muove”. Ciò che vediamo fisso e immobile è solo relativo al nostro punto di osservazione, al nostro grado di evoluzione umana.
Muoversi, non restare fermi, è anche l’urgenza principe di Germogli: continuare a crescere evolvendo la propria coscienza. Per questo Germogli ha deciso di raccogliere in una sola giornata i contributi di un architetto (Stefano Andi), di un biodinamico (Carlo Triarico), di un medico veterinario (Claudio Elli), di un maestro steineriano (Shantih Pintor), di un medico (Laura Borghi) e di un “imprenditore alimentare illuminato” (Fabio Brescacin) intorno all’argomento che per noi di Germogli deve necessariamente accomunarli tutti, quello della pedagogia. L’occasione per accrescere il personale grado di coscienza della nostra condizione umana spaziando dall’arte alla medicina, dall’ambiente all’agricoltura, dalla scuola all’evoluzione personale, dalla filosofia alla Scienza dello Spirito.
Fra i tanti svariati argomenti che offre questo numero di Germogli, questa volta vogliamo mettere in evidenza un articolo di Sara Innocenti che tratta dell’educazione del bambino dalla nascita alla maturità scolastica e quando scrive della fiaba dice che “ogni personaggio racchiude un’individualità che in realtà incarna caratteristiche generali: il principe è sempre simbolo assoluto del bene, la sua forma rispecchia la purezza di cuore e la disponibilità all’azione disinteressata” e aggiunge che la fiaba “descrive eventi interiori e non esteriori, per questo è un genere letterario al di fuori del tempo e anche di ogni età”. Segnaliamo questo contributo perché nell’attacco di un recente editoriale di una rivista che tratta della “narrazione” e della linguistica… si può leggere: “C’era una volta… Era questa la formula con cui, un tempo, si cominciava a raccontare”. Prosegue, poi, il pezzo giornalistico con una serie di domande che chiariscono il tema che il direttore del periodico vuole affrontare: l’evoluzione e l’involuzione della scrittura e della lettura al giorno d’oggi a fronte dell’oceano di testi, soprattutto virtuali e di scarso livello, di cui oggi si dispone e a fronte delle miriadi di interruzioni dell’attenzione che una cosciente e attenta scrittura o lettura sempre richiedono. Seppure stimolante e coinvolgente, questo attacco ci pare un semplice artificio letterario piuttosto infelice perché, sappiamo, il “c’era una volta” non può essere ridotto a un semplice rituale per l’attacco di un racconto, il “c’era una volta” è la formula magica per portare il lettore nel mondo della fiaba, in uno spazio/tempo dove tutto è verità, è chiaramente bianco o nero, buono o cattivo, bello o brutto. Un incipit che per questo specifico genere è sempre valido e sempre uguale. Non per niente i racconta storie e i romanzieri che non si cimentavano con la fiaba si sono sempre dovuti sbizzarrire nel cercare un attacco diverso e ogni volta originale. Il punto è che romanzieri e contastorie raccontano e hanno sempre raccontato storie verosimili e non vere come quelle delle fiabe. Questi letterati hanno attinto alla loro fantasia, sicuramente ispirati, senza pretendere di proporre la vera realtà che, appunto, non può essere romanzata ma solo riproposta prendendola dalla saggezza popolare. Nelle sue Fiabe italiane Italo Calvino, uno dei massimi scrittori italiani del Novecento, si è infatti limitato a raccogliere e mettere nero su bianco quello che la cultura dell’uomo ha tramandato. Forse aveva capito che racconti e romanzi si possono inventare ma non le fiabe?

Buona lettura!