_ di Roberta Tazzioli

germogli_2011_04Nella mia esperienza di maestra ho incontrato diversi bambini che presentavano sintomi di quelli che vengono oggi chiamati “disturbi dell’apprendimento”. Vorrei qui ricordare in particolare uno di questi bambini, a cui darò il nome di Sandro. Era un bambino solare, aperto, dagli occhi luminosi; nella classe era il più fedele, il più attento, il custode delle regole della vita di classe. Sempre disponibile ad aiutare la maestra, non desiderava altro che di ottenere un piccolo incarico, e se ne faceva un vanto proprio come un cavaliere che in questo modo rende omaggio al suo signore. La sua intelligenza era pronta e si esprimeva anche nella volontà: in terza classe aveva costruito la sua casetta con meravigliosa creatività e, non contento, a casa ne aveva fatte altre tre. Alla fine della terza classe i suoi genitori hanno fatto la scelta di aprire una “scuola domestica” per lui e per gli altri figli della loro numerosa famiglia. È stato perciò ritirato dalla nostra classe, ma siamo rimasti in contatto per alcuni anni, e ho avuto modo di conoscere la sua storia.
In terza classe Sandro non aveva ancora imparato a leggere; riusciva, con grande sforzo, a leggere soltanto i monosillabi. In seguito la famiglia ha fatto effettuare i consueti test per la diagnosi dei disturbi di apprendimento ed è emersa una grave dislessia. Di cosa si tratta? La definizione di disturbo dell’apprendimento descrive in modo particolareggiato un sintomo e si utilizza quando, all’interno di un percorso di sviluppo apparentemente normale, emerge una anomalia circoscritta, che si ritiene non coinvolga il livello cognitivo generale. Si parla di dislessia quando la difficoltà si presenta nella lettura, di disgrafia quando è coinvolta la scrittura e l’ortografia, di discalculia quando il problema si evidenzia nel calcolo e non nella logica matematica.
La scienza non ha che delle ipotesi per spiegare l’emergere di disturbi dell’apprendimento: ipotesi per esempio su un’origine genetica, che si basa sulla frequente familiarità. I dati sulla diffusione della dislessia sono in costante aumento e suscitano un acceso dibattito fra chi si occupa a vari livelli di educazione. In generale si tende a trattare nel bambino dislessico esclusivamente il sintomo; e quindi si propone di aiutarlo attraverso l’uso massiccio di ausili come il computer, gli audiolibri, la calcolatrice. Mi sembra che la scienza abbia in effetti rinunciato a comprendere come la dislessia si sviluppi nel complesso dello sviluppo infantile e cosa in realtà questo sintomo possa rivelare rispetto alle forze che si risvegliano nel bambino all’epoca del suo ingresso a scuola. Uno dei più caratteristici sintomi della dislessia è l’inversione delle lettere; spesso il bambino dislessico è in grave difficoltà nel riconoscere, per esempio, la p, la b e la d. Ogni maestro sa che tutti i bambini attraversano questo stadio nella scrittura e lettura delle lettere; ma ciò che è una difficoltà passeggera per la maggioranza dei bambini, tende a permanere nel dislessico. Noi sappiamo che intorno al settimo anno una parte delle forze immaginative, fino allora attive nel corpo vitale, si emancipa dalla sua attività originaria di formazione del corpo e diventa disponibile per le attività della sfera psichica, trasformandosi in forze di rappresentazione e pensiero, costituendo così la base per l’apprendimento della lettura e della scrittura. È una metamorfosi fondamentale: come le forze vitali tendono a costituire i processi di crescita, così le forze di pensiero creano nessi fra le percezioni e le rappresentazioni. Possiamo constatarlo ogni giorno nella nostra attività pensante.
imgresizeNello stesso modo possiamo seguire il percorso di apprendimento del bambino nella scrittura e lettura: è tutto un costruire di ponti e collegamenti fra suoni e gesti, fra singole lettere e parole, fra parole e concetti. Nel bambino dislessico questo processo di trasformazione non avviene in modo completo. Mi vengono in mente le meravigliose parole di Steiner, in una delle Preghiere per madri e bambini: «Dal capo fino ai piedi Io son l’immagine di Dio». Le forze vitali che hanno pervaso la corporeità e hanno edificato un corpo del tutto nuovo rispetto a quello con cui il bambino è nato continuano a edificare il mondo psichico. Ma se questo processo non arriva a maturazione, qualcosa viene trattenuto: l’Io del bambino non riesce a permeare fino in fondo il processo di incarnazione. Per esempio Sandro presentava un modo di camminare caratteristico: l’impulso al movimento non raggiungeva tutto l’arto, sembrava che il piede venisse trascinato pesantemente. Nella parola, Sandro non era pienamente attivo; c’erano alcuni difetti di pronuncia, la frase non era interamente formata, spesso mancavano gli articoli. Nella sua personalità qualcosa rivelava ancora forze immature, rivolte al primo settennio. Come si può aiutare il bambino dislessico?
La nostra pedagogia, nel suo sviluppo generale, è già rispondente alle necessità di questi bambini. Innanzitutto è di grande importanza l’ingresso a scuola al momento della maturità; per un bambino che presenta la tendenza alla dislessia iniziare il percorso scolastico precocemente significa aumentare considerevolmente le probabilità che si sviluppi o si aggravi il disturbo. Inoltre, ha grande importanza l’approccio alla scrittura attraverso la volontà, personalizzando e concretizzando la forma delle lettere. Questo è un linguaggio che coinvolge al massimo grado quelle forze formative che nel bambino dislessico devono essere sollecitate a elevarsi nel mondo del pensiero. Ricordiamo che questo approccio è salutare per ogni bambino, perché tutti i bambini passano per quella metamorfosi in cui il dislessico tende a permanere. Il disegno di forme, che viene presentato già nel primo giorno di scuola, permette al bambino di imparare a orientare il proprio movimento: e l’orientamento spaziale è coinvolto nel disturbo dislessico. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che uno dei pericoli con cui bisogna lottare nel percorso di aiuto del bambino dislessico è la frustrazione. È esperienza comune come i bambini che soffrono di disturbi di apprendimento vivano profondamente la fatica e la delusione che si presentano quando vengono continuamente confrontati con le proprie incapacità; questo può essere evitato dal maestro in una scuola come la nostra, in cui scrittura e lettura non sono l’unico contenuto dell’insegnamento e il bambino si sente coinvolto in molti altri aspetti del sapere, prima di tutto nelle attività artistiche. Ricordo un’altra bambina della mia classe, Anna. Anche lei ha presentato a lungo i sintomi della dislessia: solo in quinta classe ha raggiunto una lettura abbastanza fluida. Ho potuto accompagnare il suo cammino più faticoso della norma senza che si ingenerasse frustrazione, e l’approccio della nostra didattica è stato sufficiente a farle superare l’ostacolo. A questo proposito desidero sottolineare come l’uso degli ausili sarebbe stato profondamente negativo: Anna ha potuto crescere e maturare perché il suo Io ha avuto lo stimolo necessario attraverso l’esercizio della scrittura e della lettura collegato alle attività dell’anima, al mondo del sentimento. Ho potuto constatare che quando “si getta la spugna” e si offre al bambino soltanto un aiuto attraverso la tecnologia, le facoltà presenti tendono a spegnersi… e il disturbo si aggrava. Non sempre però è sufficiente ciò che è rivolto alla generalità dei bambini; soprattutto quando è evidente che la dislessia si origina su un terreno che ha già presentato nel primo settennio delle irregolarità nello sviluppo del camminare e del parlare, è necessario offrire un aiuto più profondo. In questi casi abbiamo un dono grandissimo da offrire, l’euritmia terapeutica.
L’euritmia, l’arte del movimento creata da Rudolf Steiner, è senz’altro l’aiuto più valido. È una sorta di scrittura, un “linguaggio visibile”, in cui i singoli suoni vengono compiuti da movimenti compenetrati d’anima. Il bambino può eseguire i gesti che accompagnano i singoli fonemi, e questi gesti corrispondono alla natura intima delle singole vocali e consonanti. Il bambino sperimenta questi gesti nel movimento di tutto il corpo, cosicché la volontà viene attivata in modo intenso. Nell’euritmia sono coinvolti tutti i sensi, non solo quelli relativi all’occhio e all’orecchio, ma anche il tatto, il movimento e il senso dell’equilibrio, e così anche i sensi superiori, che dei sensi di base rappresentano la metamorfosi. Spesso nei bambini che presentano un disturbo di apprendimento esiste una debolezza sensoriale o un problema di sviluppo nella relazione con i sensi di base. Inoltre, nell’esercizio euritmico il passaggio fluido da un suono all’altro che presenta difficoltà al dislessico viene compiuto senza fatica nei movimenti così pervasi di significato e di vita del sentimento. Nella mia esperienza offrire a un bambino la possibilità di un percorso attraverso l’euritmia significa rendere veramente attivo il suo Io, a cui viene dato il nutrimento necessario con un coinvolgimento personale completo. Ho potuto constatare come l’euritmia possa consentire veri e propri “miracoli”, un vero cambiamento del destino individuale.

Articolo contenuto nel quinto numero di dicembre 2011 di Germogli

 

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Roberta Tazzioli
Maestra di classe steineriana
e coordinatrice delle attività
che si svolgono alla Monda