04_GiannettaA detta di diversi lettori di Germogli, questo articolo sull’euritmia apparso nell’ultimo numero di marzo della rivista meriterebbe di essere letto da chiunque si avventuri sulle pagine del sito, anche se ancora non è del tutto convinto di volersi scaricare e leggere l’intera rivista. Accogliendo questa sollecitazione abbiamo deciso di offrire in home page la possibilità di leggere direttamente questo articolo. Speriamo quindi che, poi, nasca nel lettore occasionale del sito la voglia di scaricare l’intera rivista per leggere anche gli altri articoli in essa contenuti.

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Intervista a Gabriella De Angelis
di Sergio Giannetta

Sono alcuni anni ormai che ogni sabato mattina dalle 8.30 alle 9.30 alcuni genitori seguono le lezioni di Euritmia che la maestra Gabriella De Angelis propone a un “gruppo aperto” di genitori della Scuola Cometa di Milano. Bene! Il gruppo cresce e si rinforza sempre più. Crescono le relazioni tra i singoli genitori. Quest’anno si sta perfino preparando uno spettacolo. Una percezione condivisa è che si sente di aver intrapreso uno specifico percorso personale che aiuta a proseguire nel cammino di avvicinamento a una maggiore comprensione dell’Antroposofia e della pedagogia steineriana. Dalla grande soddisfazione derivante dalla pratica dell’Euritmia con altri genitori della scuola nasce il desiderio di intervistare la maestra Gabriella: per condividere in modo più chiaro e strutturato un piacere “materiale” e “spirituale” che ci “solleva” dalla routine quotidiana casa-lavoro-scuola-casa per adagiarci in un limbo gravido di volontà sperimentata, sentimento espresso e pensiero che sembra approdare a lidi dove pare di intuire “qualcosa di più”.

Sergio Giannetta _ Quali opportunità potrebbe cogliere il genitore di un bambino che frequenta una scuola Waldorf nel praticare lui stesso l’Euritmia che suo figlio impara a scuola?
Gabriella De Angelis _ In una scuola Waldorf l’insegnamento ha normalmente una primaria finalità educativa e l’aspetto dell’istruzione ne è la conseguenza e non l’obiettivo principale. Per questa ragione spesso i genitori devono avere un’estrema fiducia verso i maestri che insegnano le stesse cose che loro avevano imparato da piccoli ma con modalità, tempi e valutazioni completamente differenti da quelle da loro vissute. Questo “spiazzamento” avviene già da subito con l’insegnamento dell’alfabeto, per esempio, ma anche del lavoro a maglia, delle lingue straniere, della storia. L’Euritmia, poi, è la “materia” più spiazzante di tutte. Il genitore non sa bene dove inquadrarla: è una ginnastica, una danza, un’arte? Somiglia a tante cose e tuttavia non si può inscrivere completamente in nessuna di esse. È un’occasione che i bambini hanno di “sfogarsi”, di “socializzare”, di “divertirsi”? Il bambino la vive e non sa (non può) spiegarsela. Il genitore, dal canto suo, non la vive e non riesce a farsene un’idea, ma questo solo fino a un certo punto, tanto quanto non sa il tedesco, il punto croce, la mitologia nordica. Quando, invece, è un genitore che ama aiutare i propri figli, cerca di imparare a sua volta ciò che dovranno apprendere i bambini, per “essere pronto”. Oltre a questo, può volere approfondire l’esperienza e il processo che vive il bambino per comprendere la sua dimensione, le tappe della sua crescita, per capire cosa e come si sta risvegliando la sua interiorità senza doverlo “investigare” con domande che non rispettano il suo riserbo, i suoi tempi. Allora può diventare fondamentale non solo partecipare alle riunioni del maestro che illustra il cammino e i progressi che la classe compie nell’afferrare nuove esperienze e nuovi contenuti che rispondono a una coscienza che si desta e pone domande nuove o in forma nuova, ma anche cimentarsi nell’imparare da adulto cose conosciute in modo diverso, per rendersi conto della fondamentale importanza del “modo”, appunto, e del “perché” si fanno.

Sergio _ L’Euritmia, però, non è una materia facile per il bambino e neanche per l’adulto…
Gabriella _ L’Euritmia non corrisponde a nulla di quanto imparato nella scuola tradizionale poiché non è un rinnovamento di forme d’arte del passato ma ha radici direttamente nell’Antroposofia. Le prime reazioni possono essere di timore o sospetto di fronte a una cosa sconosciuta (il bambino esprimerà la stessa relazione in questi termini: a cosa “serve” l’Euritmia?) o di disagio per la sensazione di essere coinvolti in qualcosa che ha il sapore di “settario” ma che fa bene al bambino, almeno finché si diverte (il bambino: perché devo fare l’Euritmia, se nelle scuole “normali” non esiste?). Diventa però necessario occuparsene quando, soprattutto a scuola, il bambino percepisce che per la lezione di Euritmia gli è richiesto lo stesso impegno delle altre discipline: allora potrà soffrire un disagio nell’affrontarne le difficoltà e un rapporto superficiale che il genitore potrebbe mostrare nei confronti dell’Euritmia non sarà certo incoraggiante. Spesso gli allievi i cui genitori praticano l’Euritmia partecipano con più serenità e profondità alla lezione, come se percepissero che il compito di capire cosa stanno facendo se lo assumono gli adulti e a loro resta quello di vivere pienamente l’esperienza. Riassunto molto schematicamente, il processo del conoscere si differenzia così tra l’adulto e il bambino: l’adulto vuole principalmente capire, comprendere ciò che vuole conoscere e per questo richiede delle spiegazioni, dei pensieri sulle cose, vuole farsene un’opinione; il bambino invece può conoscere principalmente attraverso l’esperienza: farla, nel primo settennio, e sentirla, nel secondo settennio. L’Euritmia e i suoi assunti possono essere anche illustrati e spiegati, e il genitore potrà riceverne un’idea sufficientemente chiara per accettare la sua importanza nel piano di studi scolastico. Poiché, però, è anche un’arte, e quindi non esaurientemente definibile se non attraverso una pratica, se il genitore vuole capire profondamente l’impegno richiesto e gli effetti che ne derivano, deve mettersi in gioco personalmente e cimentarsi in una disciplina che parla al suo livello di coscienza. Così, è necessario che, benché certi esercizi possano essere tratti dalla didattica delle varie classi, l’adulto faccia un’Euritmia per adulti, come linguaggio e modalità, per potersi rendere conto di cosa voglia dire per un bambino o un ragazzino superare le proprie difficoltà o conquistare una facoltà che era solo latente o in fase di maturazione. I genitori che simulano una lezione di Euritmia d’asilo in genere si divertono, ma per i loro figli quella stessa lezione non è solo gioco: è “in forma di gioco”, ma è un gioco molto serio, coinvolge tutto quanto in quel momento sono e sanno.

Sergio _ Un adulto oberato di lavoro, con la famiglia a cui pensare e tanta stanchezza accumulata, cosa potrebbe trovare e provare seguendo un corso di Euritmia?
Gabriella _ Chi partecipa a un incontro di Euritmia scopre soprattutto che il proprio movimento è sempre una relazione tra se stesso e il mondo che lo attornia, e che ha sempre una qualità umana. Gradualmente, cerca se stesso per tenere in equilibrio questa relazione e approfondisce la conoscenza del mondo (degli altri) per creare e sviluppare nuove relazioni, che a loro volta lo ricondurranno a se stesso. Proseguendo in un corso, la prima qualità che si sviluppa, e anche la prima difficoltà che si incontra, è proprio saper “ascoltare” gli altri, in un linguaggio di movimento -quindi lontano dal linguaggio verbale che spogliamo quotidianamente da tutto ciò che non è “contenuto utile”, che fin dall’inizio richiede la nostra presenza attiva, perché tutti sono coinvolti contemporaneamente a eseguire gli stessi gesti; poi dovremo porre attenzione durante l’ascolto a essere anche attivi, dunque anche quando stiamo fermi e attendiamo che altri compiano un movimento a cui noi dovremo dare risposta; infine, dovremo contribuire con la nostra voce (il nostro movimento individuale) all’armonia di un discorso dove interagiscono tante parti diverse che, al contempo, dovremo essere in grado di comprendere e distinguere dalla nostra. Si comincia dunque dallo sviluppare delle qualità individuali per giungere a costruire un’azione sociale. Il tutto abbandonando per un’oretta il nostro ruolo quotidiano, le nostre qualifiche o responsabilità professionali, ritornando -o avvicinandoci, dipende- alla nostra dimensione interiore e sperimentandola con persone che condividono con noi l’interesse immateriale verso l’essenza umana in corpo, anima, spirito. I benefici fisici, di umore, anche intellettivi, se vogliamo, dipendono da quanto scopriamo di noi stessi che non ci piace o che ci sorprende essere diverso da come ci eravamo immaginati, e da quanto ci attiviamo per modificarli, con umiltà e severità. Questa “attivazione” è il “prodotto” più tangibile che una persona si porta a casa alla fine di un incontro di Euritmia, ed è anche il motivo per cui ritorna ancora le volte successive: perché vuole riprovare a essere “viva”, cioè a mettere in moto tutte le facoltà che la rendono un essere umano completo e che, forse, nella vita di tutti i giorni vengono relegate in qualche ripostiglio interiore perché non disturbino troppo la corsa meccanica verso la materia e la massificazione. L’ora di Euritmia diventerà come un giorno di festa, nel quale non si lavora per ottenere un risultato nella vita bensì ci si dedica a ciò che ci avvicina di più al mondo spirituale che ci dà la vita.

 

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Sergio _ Euritmia vuol dire movimento del corpo nello spazio, vuol dire movimento legato alla musica, legato alla parola, ad altri corpi che si muovono nello stesso spazio. Quali sono le implicazioni di queste esperienze sensorie vissute in relazione tra loro dal punto di vista della crescita della consapevolezza del proprio essere?
Gabriella _ Il movimento in Euritmia appare legato alla musica, alla Parola, ad altri corpi nello spazio, ma… in realtà il corpo, lo spazio, le percezioni di stimoli esterni sono strumenti, mezzi per rendere visibili le forze vitali che agiscono attraverso di essi. Se pensassimo che il movimento del corpo sia lo scopo dell’Euritmia, dovremmo similmente essere convinti che per suonare un brano di Beethoven basta poggiarne lo spartito sul pianoforte (è vero che al mondo esistono pianisti virtuosissimi che poggiano abilmente le dita sui tasti): invece abbiamo bisogno di musicisti che sentano la musica e la suonino affinché noi la possiamo udire! Sentire e vedere sono processi attraverso i quali ogni essere umano può conoscere, diventare consapevole. I regni della natura squadernano in magnifiche percezioni dei sensi ciò che dietro di esse vive e agisce come intelligenza superiore. Nella perfetta struttura dei minerali, nell’attività delle forze vitali delle piante, nell’espressione dei moti interiori nel comportamento animale si può riconoscere un’enorme saggezza spirituale, che però rimane periferica; solo nell’essere umano essa si è legata così intimamente con il corpo fino ad arrivare a individualizzarsi. Quando facciamo compiere al nostro corpo i movimenti dell’Euritmia destiamo a coscienza individuale questa saggezza interiore che è di natura spirituale. Forze vitali spirituali hanno conformato il nostro essere e il corpo fisico umano è l’ultima e più raffinata espressione del loro interagire con la materia; l’Euritmia riprende queste forze giunte a quiete e le rimette in moto coscientemente: l’essere umano trae attivamente la saggezza spirituale dalle proprie profondità e rende visibile la propria essenza diventando in questo processo consapevole della propria natura universale. Le forze di vita spirituali sono diventate corpo: attraverso i movimenti dell’Euritmia e tramite il proprio corpo fisico l’essere umano le rende visibili.

Sergio _ Ma qual è lo scopo di tutto questo lavoro?
Gabriella _ Se guardiamo un corpo senza vita osserviamo che è fermo, freddo, rigido; l’unico movimento che percepiamo è quello delle forze esterne, che lo disgregano. Invece, un corpo pieno di vita è caldo, morbido, in continua trasformazione e percepiamo il suo movimento come una risposta interna agli stimoli esterni. Queste condizioni possono toccare anche la nostra anima, i nostri pensieri. Proprio la nostra epoca, contraddistinta dalla mobilità, dalla velocità, ci chiede in tante circostanze di essere dinamici, duttili, pronti ad affrontare le novità. Tuttavia, per non perdere se stessi nel vortice delle condizioni esterne (Goethe diceva, a proposito della Natura: “…ci prende nel vortice della sua danza e ci trascina con sé finché siamo stanchi e cadiamo nelle sue braccia”) dobbiamo al contempo fare un lavoro che la Natura non fa (e che le Condizioni Esterne fanno di tutto per impedirci di svolgere): sviluppare la coscienza nella vita, per diventare liberi da condizionamenti, in grado di far fronte ai cambiamenti, capaci di immedesimarci in altri uomini, di comprendere civiltà diverse dalle nostre, di integrare il nostro sapere con quello di altre culture, di crearne di nuove senza perdere la nostra identità. Questo lavoro è molto faticoso, richiede forze superiori a quelle che ci mantengono meramente in buona salute. In ciò l’Euritmia è di grande e fondamentale aiuto perché ci dà queste forze e può diventare conoscenza pratica dell’essere umano e del suo compito storico.

Sergio _ Quali benefici può portare alla comunità scolastica un lavoro di Euritmia fatto in gruppo dai genitori? Può essere un canale di partecipazione?
Gabriella _ Accade spesso che bambini e ragazzi si avvicinino alla comprensione di contenuti oppure colgano l’opportunità di partecipare alla vita della classe dapprima attraverso la loro materia preferita: così anche i loro genitori possono entrare a far parte della vita della scuola tramite l’attività con la quale sentono maggiore affinità. Il contributo alla comunità che può portare un lavoro in giardino, o la cura degli spazi comuni è tangibile, la dedizione e le forze donate sono una risorsa umana impagabile; ma anche la partecipazione alle riunioni di classe e alle conferenze sono altrettanto concrete per la crescita e la condivisione di forme di pensiero, modalità di azione, comprensione degli altri, in altre parole per la creazione di cultura. L’esercizio delle arti, in più, mette in gioco aspetti interiori, chiede di modificare atteggiamenti, comportamenti, di relazionarsi direttamente e sinceramente con se stessi e con gli altri e, al di là degli effetti benefici (o delle crisi) che ognuno può percepire, va a costituire la vita dell’anima della comunità. Chi pratica l’Euritmia si impegna con tutto se stesso (interiore ed esteriore) a diventare strumento che renda visibile (e quindi riconoscibile) il colloquio tra un individuo e gli altri, tra “Io” e mondo, tra biografia e storia: un gruppo di genitori che nella comunità scolastica lavora a questo progetto dona forze di coscienza alla vita sociale.

 

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Sergio _ Quali sono gli elementi fondamentali dell’Euritmia che vengono portati in una scuola Waldorf ai bambini e ai ragazzi del secondo settennio?
Gabriella _ Premetto che la pedagogia Waldorf sostiene sempre lo sviluppo dell’organismo umano in crescita: durante il primo settennio si occupa principalmente di mantenere in equilibrio la crescita corporea (struttura della figura, organi interni, lineamenti individuali); durante il secondo settennio accompagna la crescita e lo sviluppo di organi animici, di qualità interiori, di facoltà morali; durante il terzo settennio segue e indirizza il sorgere di capacità di pensiero e quindi esercita all’uso autonomo di queste capacità per la realizzazione delle scelte personali. Ogni forma d’arte costituisce una splendida occasione per lo sviluppo dell’individuo; ognuna, poi, richiama nel bambino e nell’adulto qualità specifiche. Le arti figurative (modellaggio, pittura, disegno) occupano uno spazio, si manifestano e si afferrano per la loro visibilità: esprimono la loro natura nella durata. Le arti sonore (musica, canto, recitazione, poesia), che vengono afferrate dall’udito, sono di natura temporale. Le prime agiscono sull’essere umano attraverso la forma, le seconde gli richiedono di vivere nella corrente del tempo. L’Euritmia condivide le qualità di entrambe, perché attraverso movimenti plastici rende visibile, oggettivo e concreto nello spazio ciò che rimarrebbe solo esperienza interiore limitata nel tempo. La capacità di realizzare le nostre aspirazioni dipende dal legame che abbiamo costruito tra il nostro  strumento corporeo e la nostra vita animica e spirituale. Esso inizia nell’infanzia ed è molto importante che proceda in modo armonico: l’Euritmia praticata a scuola ha il compito di sostenere questo processo. Eseguiamo in forma visibile movimenti che nascostamente avvengono già nell’essere umano in crescita, su qualunque piano essa avvenga; ma agire tramite l’imitazione, l’immedesimazione, la partecipazione facendo sperimentare a una classe intera, manifestamente, ciò che seguirebbe il suo corso -ma a volte sonnecchia, si blocca, si oppone, prende vie traverse- facilita il lavoro del singolo, gli mostra la strada, lo colloca nel presente, lo esorta a proseguire, lo tiene in armonia con l’insieme.

Sergio _ Come si accordano i contenuti delle lezioni con le fasi di sviluppo del bambino e del ragazzo?
Gabriella _ I temi si ritrovano nel piano di studi delle epoche che svolge il maestro di classe. In prima classe (settimo anno di vita) i bambini affronteranno esercizi che li portino a prendere consapevolezza della propria corporeità, a fare esperienza delle qualità del tempo e a percepire lo spazio come di un luogo in movimento. In seconda (ottavo anno) saranno guidati ad avere consapevolezza dell’altro e a sperimentare le polarità che vivono nel tempo, nello spazio, nel movimento. In terza (nono anno) la loro coscienza dovrà cimentarsi nella relazione con l’ambiente, naturale e umano. In quarta (decimo anno) lavoreranno al rafforzamento della propria individualità, anche in contrasto con le forze che si oppongono dall’esterno. Dalla prima alla quarta classe l’insegnamento avviene in modo da emancipare gradualmente il bambino dalla dipendenza del maestro di Euritmia: le forze imitative si esauriscono nel corso dei primi anni di scuola, a favore del conseguimento di una autonomia della vita interiore. Sarebbe negativo se il maestro continuasse a suggerire, ricordare al bambino quello che va fatto, proporgli tanto e non chiedergli nulla, poiché alla lunga egli non si impegnerebbe, non si assumerebbe i propri compiti, diverrebbe passivo e, come uno spettatore, si annoierebbe nel rivedere più volte lo stesso spettacolo. Infine, siccome l’anima ha bisogno di stimoli per sentirsi viva, se non si rende attiva rivolge l’interesse verso attrazioni esterne sempre più forti, che non sono formative della personalità come gli strumenti educativi, ma soddisfano solo impulsi egoistici. Dalla quinta all’ottava classe, dunque, l’insegnamento deve svolgersi il più possibile in modo da tenere impegnata l’interiorità su un percorso che dia una direzione al tumulto dei sentimenti e impieghi la loro forza in un’opera creativa, originale, ma concorde e rispettosa per le forme espressive degli altri. In quinta (undicesimo anno) si asseconda la naturale armonia tra saldezza interiore e scioltezza nel movimento e si accompagna il sorgere della capacità espressiva individuale. In sesta (dodicesimo anno) si portano i ragazzi a percepire la propria struttura fisica come il risultato di forze attive nello spazio e la consapevolezza del corpo e dei suoi movimenti come qualità di orientamento nel mondo, anche in termini morali: una derivazione di queste esperienze è lo sviluppo di una forza di rappresentazione. In settima (tredicesimo anno) essi dovranno cogliere ed esercitare la forza immaginativa del linguaggio poetico nella parola e sperimentarvi le gradazioni espressive della vita di sentimento; rendere visibili gli stati d’animo suscitati da un contesto musicale, condividendo l’esperienza individuale con il gruppo. In ottava (quattordicesimo anno) sperimenteranno il linguaggio nella frase (individualmente e in gruppo) e nel discorso (in collaborazione con gli altri); renderanno visibili gli elementi compositivi del linguaggio musicale, come espressione della costituzione umana.

Sergio _ Quali, invece, gli elementi che potrebbero essere portati a un gruppo di genitori della scuola?
Gabriella _ Sono elementi che toccano svariati aspetti: in parte riassumono il percorso che i bambini svolgono nel corso dei dodici anni e che costituiscono il ciclo completo della scuola Waldorf, in parte seguono le tappe della nascita e dello sviluppo dell’arte euritmica e si ritrovano nel programma di studi della maggior parte delle scuole di formazione in Euritmia, in parte ancora sono elaborazioni originali e personali di euritmisti che hanno approfondito aspetti igienico-sociali. Non bisogna poi dimenticare l’apporto sempre individuale di ogni euritmista che prepara e conduce gli incontri. Tra gli esercizi che si praticano con le classi, esiste una categoria definita “esercizi pedagogici”: si tratta di forme o gesti, o entrambi, ben determinati che hanno lo scopo di sviluppare o modificare positivamente questa o quella disposizione. Ne esistono, per fare degli esempi, che suscitano forze vitali o che correggono atteggiamenti di invidia o superbia, altri che mettono in ordine la vita di pensiero. Sarebbe sbagliato, però, proporre questi esercizi a degli adulti, la cui personalità ha già assunto una propria forma, nelle modalità con cui si propongono agli allievi della scuola: ogni elemento va portato al grado in cui lo può accogliere la coscienza che lo riceve. In alcuni casi, poi, taluni esercizi risultano più facili ai bambini e ai ragazzi che ai propri genitori, proprio perché a loro vengono incontro come risposta a un’esigenza e quindi essi attivano con spontaneità le forze per afferrarli; i “grandi”, invece, devono per così dire “smontare” delle forme già costituite e a volte mettere in discussione lati del proprio carattere che ritenevano irrinunciabili. Quando un secolo fa l’arte euritmica muoveva i suoi primi passi, Rudolf Steiner tenne alcune lezioni che furono in seguito denominate “corso dionisiaco” e “corso apollinico”. In quest’ordine, costituiscono ancora oggi la base e gli inizi della formazione per futuri euritmisti. L’aspetto dionisiaco dell’Euritmia porta a sperimentare l’individuo come facente parte di un tutto, a immedesimarsi in una coscienza collettiva, a vivere le forze primordiali: appartengono a questo corso l’esercizio di concentrazione ed espansione e le sue varianti, le forme e i movimenti dell’alfabeto, le forme spaziali, i ritmi, le danze in cerchio, il mondo dei pronomi personali, le differenziazioni tra pensare, sentire, volere, gli atteggiamenti del capo… L’aspetto apollinico conduce a interiorizzare e oggettivare il linguaggio: lo spazio si orienta, le parole manifestano la loro qualità (verbo, sostantivo, aggettivo…); appartengono a questo corso gli elementi compositivi della frase e del discorso, le strutture della poetica, le forme geometriche, le danze cosmiche (es.: le 12 atmosfere zodiacali), le posizioni dei piedi. È importante che, gradualmente e con le dovute semplificazioni, un gruppo di adulti sperimenti entrambi questi aspetti e le caratteristiche che suscitano: condividere una coscienza che sta al di sopra dell’egoità e “mettere i piedi” (la testa ci sta già!) nell’universo, nel mondo spirituale. Il compito dell’Euritmia pedagogica è portare l’essere umano ad abitare pienamente sulla Terra senza fargli dimenticare che vive anche nel Cosmo, che è cittadino di due mondi. Nelle modalità con cui si illustrano gli esercizi, o si propone un lavoro, va spesso fatto riferimento alla pratica coi bambini, alla vita di questa o quella classe, alle esperienze nella comunità scolastica e a ciò che le relazioni in essa ci richiedono, alle crisi personali da superare e ai cambiamenti necessari da attuare per continuare a costruire l’opera sociale che accomuna tutti. In questo modo può restare vivo e coinvolgente ogni incontro di Euritmia. Infine, il dono di forze che un gruppo di genitori può coltivare per la scuola può diventare concreto quando questi arrivano a essere pronti per una piccola dimostrazione del loro lavoro. Andare in scena e mostrare a grandi e piccini che l’Euritmia è per chiunque dica “Io” a se stesso: questa è azione vera! «Ogni forma in quiete ha un effetto estetico; ogni forma in movimento ha un effetto morale», Rudolf Steiner.